Musicalità nelle opere di Pavese. Ultima parte

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Capitolo 5.

Ho visto Nina volare, e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…

Ho visto Nina volare è uno dei brani più intensi di Faber, scelto come apertura della raccolta Tu che m’ascolti insegnami di Sony Music, uscita postuma il 24 novembre 2017 e curata dalla moglie, Dori Ghezzi. L’album è diviso per tematiche: dall’amore alla guerra, all’infanzia dell’autore.

«Mastica e sputa da una parte il miele […] dall’altra la cera». Il gesto richiama l’azione delle donne d’un tempo a separare appunto il miele dalla cera, come a voler introdurre in un contesto iniziale l’esperienza dell’ascoltatore. Il tutto accompagnato dal suono ripetitivo e ossessivo dei tamburi di sottofondo.
Il brano è strutturato in re maggiore, ma l’introduzione sfrutta la tecnica delle corde a vuoto come pedale sostenuto (in particolare la corda di re basso a vuoto e la corda di cantino/la), su cui si muovono le due voci superiori. I bicordi usati nell’introduzione sono prevalentemente bicordi di terza e bicordi di sesta, mossi lungo la tastiera in senso parallelo e cromatico/diatonico. Il tema principale si muove sulla terza corda (sol) e sulla prima corda (mi acuto), lasciando la seconda corda (si) muta o sfiorata, o combinando la quarta corda (re) e la seconda (si). Se chiudiamo gli occhi, la chitarra simula una camminata lenta in processione.

«Luce luce lontana più bassa delle stelle» è una invocazione al destino di cui, purtroppo, non si conosce l’origine, «quale sarà la mano che ti accende e ti spegne». Di seguito l’introduzione della protagonista del brano, Nina, una bambina che con naturalezza e spensieratezza si diverte giocando («ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena». Qui interviene il suo lato oscuro, “l’ombra”, citata più avanti, segno della parte animale che appartiene a ogni uomo, simbolo dell’amore passionale fisico e violento: «Un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena». La consapevolezza però si fa largo nell’animo del protagonista, perché sa di non poter agire secondo il suo istinto, ecco allora che arriva il freno imposto dalla morale, rappresentata dal padre, figura forte e imponente, dalla quale è impossibile scappare se non appunto «imbarcandosi sul mare», e «se lo sa mio padre dovrò cambiar paese / se mio padre lo sa mi imbarcherò sul mare». Et voilà, di nuovo torna l’ombra, la sua parte cattiva che fa il verso al lato buono. Lato che cerca di difendersi, mostrando il coltello a un immaginario osservatore, benché abbia la voglia di lasciarsi andare e di prendere in mano quella vita intrappolata: «stanotte è venuta l’ombra, l’ombra che mi fa il verso le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso». È forte, infatti, la consapevolezza che a breve arriverà «la neve», l’inverno, il freddo, metafora del tempo che fugge, della fine, e in ultima analisi della morte. Concetto riconducibile a Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi («prima che venga neve»).

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è una lirica, scritta nel marzo del 1950 e dedicata alla attrice americana Constance Dowling, la quale rappresenta uno dei vertici più intimi e dolorosi della sua poetica: l’incontro inevitabile con la fine, filtrato dall’ossessione amorosa.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, incustodita,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Nel testo emerge una profonda corrispondenza simbolica: i «tuoi occhi» non sono solo lo sguardo della donna amata di uno slancio non condiviso, ma diventano la maschera stessa della morte. L’amore deluso e l’azzeramento dell’esistenza coincidono; la donna è al contempo salvezza sperata («cara speranza») e abisso definitivo («il nulla»). L’immagine del «gorgo» anticipa tragicamente il gesto estremo che Pavese compirà pochi mesi dopo, nell’albergo Roma di Torino. Il legame tra Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e Ho visto Nina volare non è un semplice parallelismo stilistico, ma una reale consonanza tra due poetiche dell’ossessione, dell’infanzia perduta e del confronto con il proprio destino. Sia Pavese sia De André usano una figura femminile ideale e inafferrabile – Constance Dowling per l’uno, Nina Manfieri per l’altro – per esplorare la perdita dell’innocenza e il sopraggiungere della maturità, della fine o della morte.

  1. Il tema del ritorno al paese e dell’infanzia mitizzata ne La luna e i falò attraversano tutta la produzione di Pavese. In Verrà la morte, tuttavia, l’archetipo contadino e ancestrale si è proiettato sull’amarezza di una speranza disillusa. La donna diventa il veicolo del destino: non restituisce la terra, ma il «nulla». Ho visto Nina volare affonda le radici nella memoria della Cascina dell’Orto a Revignano d’Asti. L’altalena di Nina è il simbolo perfetto dell’infanzia, del movimento sospeso e della spensieratezza. Guardarla significa osservare un “al di qua” dorato, prima che il mondo adulto – il lavoro, la responsabilità, il «mastica e sputa» – rompa l’incanto. L’ascesa dell’altalena, contrapposta al giungere dell’inverno della vita (la vecchiaia), il crollo finale anticipato da una interruzione sonora. Se per De André il dondolio di Nina è vitale, questi viene contrapposto al desiderio di morte per Pavese. Nello specchio infatti egli vi troverà un volto morto, ciò significa la discesa nel Gorgo, laddove la donna diventa fautrice di illusioni e morte per finire nell’ oblio. Un desiderio irrisolto, un’aspirazione naturale non esaudita, entrambi circondati dall’ombra.
    L’ ombra è il nero dell’anima, la nostra immagine più vera, ciò che fedelmente rappresenta noi stessi, lo specchio come rappresentazione del nemico più grande: noi stessi. Specchio e ombra dialogano con noi, entrando nelle nostre paure, nel nostro inconscio, nel vivere quotidiano e restituendoci con durezza l’immagine di ciascuno di noi, dalla quale è difficile scappare. La fuga potrebbe condannarci a una vita di tormenti o salvarci nell’oblio dei ricordi. Dai desideri oscuri di possesso, di dominio sull’altro, di giudizio altrui. Da qui l’ascesi irrequieta di una musica cadenzata e funerea, l’utilizzo di una ritmica ordinata: colpi di tamburo, colpi di parole. Parole che feriscono, suoni che feriscono, fornendo materia concreta alla musica e fattezza musicale ai corpi letterali.
    Tutto concorre al desiderio risolutivo della sensibile. Come fine, come fuga, o come alternativa, come frivolezza, come ombra? No. La sensibile non è una nota, è un’inquieta forma vitale dedicata al movimento, all’irrequietezza, al desiderio, alla nostalgia, alla luna, alla romanticheria, al sogno, alle trame occulte. Disturba l’ascoltatore e lo circonda, lo pungola, lo interroga. Finché lui chiede: chi sei, dunque, e dove vuoi andare? Cosa vuoi fare della tua esistenza? Dove e in che modo vuoi risolvere la tua musica? E quando ti risolverai, se mai lo farai? Cosa vuoi fare della tua vita, ovvero della tua musica personale?
    chissà quante volte si è posto queste domande, Pavese. E poi velatamente, in forma diretta o indiretta ha rivolto ai lettori i medesimi quesiti, ai quali non ha mai trovata risposta, restando così sospeso in un accordo di settima diminuita, senza finire sulla tonica. Ha insegnato ai suoi lettori, a cercare, a rinnegare, a desiderare, ad amare e a perdonare, in una costante tensione aperta al ritorno, laddove in realtà non aveva alcuna voglia di tornare. Pensava cioè che la tonica rimanesse immutata; d’altronde ci vuole un paese per tornare, almeno per poter pensare al ritorno senza per forza tornarvi concretamente. Un coito musical-letterario sospeso, che fornisce al lettore molte chiavi risolutive e altrettante possibilità di scelte e di fine. Questo, per me, è Pavese: pur avendo la soluzione in tasca la trova banale, tant’è mantiene una costante sospensione di sé. Una sospensione che non sa di sconfitta ma di vittoria, perché conserva il sapore della ricerca e della speranza.
  2. Simona Bagnato
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Simona Bagnato
Nata e vissuta in Calabria, sono diplomata al Conservatorio in chitarra classica e laureata in Giurisprudenza. Ho scelto di abbracciare l'arte e la didattica musicale. Insegnante nei licei musicali, ho partecipato a numerose rassegne nazionali di musica classica, in alcuni casi classificandomi al primo posto. Compositrice e scrittrice, sono da sempre attivamente impegnata in difesa di diritti umani e civili. Ho militato in Amnesty International ed oggi in Arcigay sezione di “Lamezia-Catanzaro-Vibo”. Ho abbracciato con entusiasmo il progetto “SCREPmagazine” già dai suoi primi albori. Mi piace l'essenza delle cose e condividerla.

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