Per sora nostra morte…
“Laudato si’, mi’ Signore,
per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male…”
Inizio da queste parole, molto tristi eppure dolci, prese dal Cantico delle Creature composto nel 1226 da San Francesco d’Assisi, per introdurre un tema che ha attraversato tutta la storia della filosofia con accenti e inclinazioni diverse: il tema della morte.
I filosofi ne hanno parlato molto perché, cercando di comprendere il senso della vita e delle cose, non potevano ignorare il punto di arrivo di ogni esistenza.
Anche della morte si sono chiesti quale sia il suo senso e se ne abbia uno per chi non pensa, come San Francesco, che dopo la morte corporale ci sia un’altra vita, questa volta eterna, in cui coloro che non sono peccatori non riceveranno alcun male.
La consapevolezza della propria finitezza e del proprio destino di morte ha costituito la ragione della metafisica che si interroga sul fatto che ci sia qualcosa, la vita, piuttosto che la morte; l’essere piuttosto che il non essere.
Ha fatto nascere il bisogno metafisico dell’uomo che desidera andare “al di là della natura fenomenica” per cercare in un altrove il senso della vita, pena di enigmi e di sofferenze.
Per molti la morte è qualcosa di angosciante e nel corso della vita si tende a non pensarci, quasi come se non ci riguardasse, eppure certamente si muore.
Il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889 – 1976) scrisse che <<la morte è la nostra più propria possibilità>> è una possibilità incondizionata in quanto appartiene al singolo, infatti continua: <<Nessuno può assumersi il morire di un altro […]. Ogni esserci (l’uomo) deve sempre assumersi in proprio la sua morte. Nella misura in cui la morte <<è>>, essa è sempre radicalmente la mia morte>>.
Questa visione conduce al sentimento dell’angoscia, sentimento che Heidegger pensa possa aiutare l’uomo ad abbandonare una vita vissuta in modo non autentico e banale per cogliere consapevolmente, invece di subirle, le possibilità offerte dalla vita.
Jean-Paul Sartre (1915-1980) afferma invece che la morte non può dare senso alla vita perché se dobbiamo morire la vita perde ogni significato.
Annulla infatti qualsiasi aspirazione umana e qualsiasi progetto.
Ludwig Wittgenstein (1889- 1951) afferma in una proposizione del Tractatus che <<La morte non è un evento della vita. La morte non si vive>>.
Quindi non potremo mai avere esperienza della morte.
Questo pensiero ci riporta indietro nel tempo, ad Epicuro, esattamente, che molti secoli prima di Wittgenstein aveva detto che la morte non ci riguarda perché di essa non faremo esperienza e quindi non c’è motivo di temerla.
Forse gli antichi erano più saggi dei moderni.
Seneca sosteneva che la morte è un beneficio che la natura ha dato all’uomo perché rende la vita degna di essere vissuta e chi comprende la vera natura della morte sarà sempre padrone di sé e della propria esistenza.
Anche Montaigne, vissuto nel periodo dell’Umanesimo, considera la morte un evento naturale che non deve procurarci inutili paure né speranze trascendenti.
Per Montaigne, la filosofia ha enfatizzato troppo questo momento e rischia di cadere nella retorica del morire. Ricorda con quanta naturalezza, in occasione di qualche epidemia, i contadini scavavano una fossa per essere lì sepolti in caso di morte.
E’ meglio affidarsi alla natura, come fanno le persone semplici, tener scuola di stoltezza e cercare di non pensar troppo alla morte, saprà lei come fare quando arriverà.
Nonostante i consigli e le riflessioni dei filosofi, la morte rimane un mistero per l’uomo, forse la consapevolezza della morte dovrebbe fare apprezzare di più la vita nel suo valore, nella sua caducità e nella sua unicità.
Non dovremmo sprecare il tempo che abbiamo, meglio darla ora quella carezza, dire ora quella parola, fare ora quel gesto, non rimandare e non lasciare indietro nessuna delle cose e delle persone amate.
E poi? Silenzio forse, buio o luce non si sa, certo niente più amori, persone care, amici fidati, giornate di sole, di vento, di pioggia, più nulla.
Concludo con poche righe tratte da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, quelle finali in cui l’imperatore muore:
<< Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora ti appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più…Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti…>>.
Gabriella Colistra
