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La finestra di Magritte

La finestra di Magritte, più o meno come internet…

Il quadro è «una finestra aperta sul mondo», secondo la teoria albertiana, per quanto associamo, oggi, questo ingegnoso ed immaginoso predicato al solo mezzo internautico, sovrano mediatico di tantissime connessioni a prova di click.
René Magritte – Condizione umana, 1933, National Gallery of Art di Washington
Umberto Eco, molto verosimilmente, parlerebbe di balconi d’imbecilli, in quest’ultimo caso: oramai, l’uso è inarrestabile e bisogna rassegnarsi, senza sventolare bandiera bianca, assolutamente no!
I motori di ricerca sono scaldati e si fa il conto con tutto ciò che è a disposizione, distinguendo e selezionando, per nostro libero arbitrio, senza arbitrare: non servirebbe a nulla.
In fondo un’opinione non fa fatica ad estinguersi, ed è confortevole la cosa: si cestina nella stessa immediatezza con cui appare, non è un miracolo questo!? Il reale si slega dal virtuale ma non è un’opera d’arte, se tanto dà tanto!
Caso diverso meritano gli artisti, per converso!
Quelli sì che fanno costume e società: è il caso di Magritte, ad esempio!
Vediamolo da vicino. Una tela senza cornice, appoggiata su un cavalletto posto davanti a una finestra, sulla quale è dipinto lo stesso paesaggio, che si intuisce oltre l’apertura stessa: tela e paesaggio, fondendosi, sono un tutt’uno.
Il sublime in una visione surrealista: chi lo avrebbe detto a partire da una finestra!?
Al di qua il mio, al di là il tutto: nel mezzo, il tutto di qua ed il nostro, decisamente oltre.
Un equivoco, il migliore dei qui pro quo giocato su un’illusione: quella che la nostra rappresentazione di una realtà corrisponda alla realtà stessa. Non solo. Il paradosso di una descrizione che vuole sostituirsi a quanto rappresentato.
Eccolo lì il nostro Surrealista come «le saboteur tranquille», proprio per quella sua particolare capacità di far divampare il dubbio e il senso di smarrimento in chi guarda.
Sapete da dove tutto ciò è venuto fuori, come intuizione?
Come si è sollevato in aria l’artista, cioè, senza avere paraocchi sul mondo circostante?
Tutto sembrerebbe partito da una mongolfiera: «Un pallone aerostatico era caduto sulla casa in cui viveva e fu necessario rimuoverlo dal tetto…e questa cosa lunga e molle, che alcuni signori dall’aria intelligente, con paraorecchi e vestiti di cuoio (piloti), hanno trascinato giù dalle scale, gli parve straordinaria».
Penso agli sportelli delle sue finestre, a questo punto, mentre quell’aeromobile occupava la dimora, sgonfiandosi: il cielo in una stanza, la sua, nei colori di un altro artificio umano, che da adulto avrebbe consegnato ai posteri con le sue pennellate.
Acquisto perenne, la sua matita d’autore! Segni che lasciano un segno.

Francesco Polopoli

Tutto sulle stelle…

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