Siamo tutti un po’ disincantati al cospetto dell’amore, forse perché ci viene prospettato, a priori, un idillio che mai si concretizza.
I cantanti narrano di grandi passioni, di emozioni irripetibili e spesso ci si rispecchia in buona fede in situazioni immaginarie ed anelate che, però, non sono mai state veramente vissute.
“C’è gente che ama e che ha avuto mille cose”.
Chi è questa gente?
Dove la posso trovare per un proficuo confronto?
Forse è la stessa che incontravo sugli aerei e sui treni, quando ancora era possibile viaggiare, la stessa in merito alla quale immaginavo storie, destini, circostanze.
E magari avevo pure intuito bene, questa gente ha conosciuto un amore che io mi sono illusa di intravedere, attraverso i vetri intorbiditi della mia vita.
“Tutto il bene e tutto il male del mondo”.
E anche se il male dovesse prevaricare ad oltranza sul bene, poco importebbe:c’è chi sarebbe disposto a dare tutto ciò che è in suo possesso pur di respirare un attimo di eternità.
La censura in merito all’espressione “cercare nuoveavventure”, che venne proposta secondo una riformulazione, probabilmente, più soft del termine, venne accettata per mezzo della frase “cercare nuoveemozioni”.
È forse l’unico accenno di sentenza a sfavore dei contenuti del brano, che si rivelerebbe possibile avanzare.
Il testo non avrebbe avuto bisogno di modifiche, secondo un’accezione più pudica delle espressioni proposte.
Emozione come “immersione” nella libertà, nell’avventura a sfondo sessuale o passionale, ben poco sarebbe importato all’ascoltatore :un orecchio attento e critico necessita di autenticità e di inequivocabile chiarezza, e nulla deterrebbe un sapore peccaminoso se venisse affrontato a partire da una prospettiva che, indubbiamente, ci accomuna, ovvero il punto di vista meramente umano.
Forse Sergio Endrigo non fu poi così lungimirante nell’intercettare i bisogni comunicativi del grande pubblico ma, tuttavia, l’indubbia dose di successo riscosso lascia pensare che il bisogno di sognare fosse ed è maggirmente pregnante di un tentativo di uniformarsi alle strategie terminologiche.
Di certo “io che amo solo te” è un brano sul quale i più grandi cantautori di tutti i tempi avrebbero voluto apporre la firma.
Ma l’ispirazione ne predilige sempre uno ed in questo caso toccò proprio ad Enrico, che seppe spiegare in modo esaustivo ed in brevi passaggi l’inequivocabile senso di un sentimento d’amore che ferma il tempo, che vive della sua stessa imperfetta precarietà e che non teme di donarsi costantemente, come se fosse un atto imprescindibile e necessario per la sopravvivenza.
Non è l’Endrigo degli alberi, né dei semi né dei frutti, ma sembra di assistere ad una maturazione emozionale che sfocia in un romanticismo tutt’altro che scontato.
“Io che amo solo te… Io mi fermerò e ti regalerò quel che resta della mia gioventù.”
Maria Cristina Adragna
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