“Patrizia! Patrizia!” Cecilia Salvini la chiamava a gran voce. Alta, magrissima, capelli corvini lisci e lunghi fino alla vita, Cecilia stava sul culo a tutti per il modo velenoso che aveva di rivolgersi al mondo, tuttavia chiunque nella classe anelava a stare con lei. La temevano così tanto perché il suo motto era “O con me o contro di me” e se ti ribellavi, una volta che ti aveva concesso la sua ala, dovevi essere pronto ad ogni sorta di vendetta. Se entravi nella sua cerchia era perché lei te ne dava il permesso ma se venivi marchiato come traditore, diventavi trasparente. Patrizia e Cecilia si sopportavano. Un tacito accordo si era instaurato tra le due ragazze dal primo giorno di scuola. La destra della classe a Cecilia la sinistra dello spazio comune, a Patrizia. Nessuno sconfinamento delle parti era mai avvenuto e non avevano mai infranto quel contratto.

Patrizia avvertì una scossa elettrica lungo la schiena nel vedere che Cecilia le si avvicinava. Istintivamente si strofinò le braccia, sentiva freddo. Non avrebbe voluto averene così paura. Sapeva della sua maldicenza, delle sue menzogne. Sapeva del suo attribuire nomignoli di animali ad ogni persona che incontrava. Si diceva anche che diffondesse dei video e così la teneva a distanza di sicurezza senza mai rimanere da sola con lei. Esterefatta notava l’andatura felina con la quale dirigeva il suo passo verso di lei. L’avvicinamento di Cecilia era un’altra stranezza di quella giornata. La ragazza le si posizionò di lato, vicinissimo al suo orecchio “Zazzà è morta” sussurrò e aveva un guizzo maligno negli occhi verdi. La Bizzi era un’amica di famiglia per lei. Sua madre e la professoressa si conoscevano dai tempi dell’Università e spesso Cecilia si era vantata di quella vicinanza.

“Gennaro ha detto che si è lanciata dal balcone di casa sua” fece uscire l’aria dalla bocca muovendo leggermente la lingua sui denti bianchi “Non ha lasciato nessun biglietto…”

Solo questo, “non ha lasciato nessun biglietto”, come eco che risuona.

Patrizia non ebbe la forza di dire nulla. Guardò Cecilia riprendere il cammino e avvicinarsi all’orecchio di altri ragazzi, esattamente come aveva fatto con lei. Si sentì rassicurata dal gesto di Cecilia, non dal sapere del suicidio della Bizzi ma dal fatto che non si stava rivolgendo a lei in maniera speciale, semplicemente stava mettendo in mostra sé stessa diffondendo una notizia tanto tragica, con un fare che ancora una volta voleva ribadire che lei sapeva, che lei conosceva personalmente e fuori della scuola, la temutissima professoressa di italiano.

Per Patrizia la mattinata passò ovattata. Tutto le arrivava come se lei fosse all’interno di una bolla d’aria trasparente. Non le era mai capitato di conoscere qualcuno che poi era morto. Aveva ancora i nonni, gli zii e Agata la storica gatta di famiglia. La morte era stata una realtà lontana da lei fino a quel momento.

Si domandava che atteggiamento avrebbe dovuto avere. Doveva provare dolore? Doveva piangere? Non lo sapeva. Sentiva tristezza però, molta tristezza per quella donna che, in fondo, non conosceva. Il giorno seguente la scuola rimase chiusa per lutto. Era venuta la preside in persona a comunicare, classe per classe, che la professoressa Bizzi era deceduta, omettendone le cause, e che le lezioni erano sospese per l’intera giornata del venerdì. I suoi compagni furono contenti di quell’inaspettato fine settimana lungo, lei no.

La sera a cena ai genitori non disse molto. Fece sapere cosa era accaduto e della chiusura del Liceo ma non si addentrò in quello che provava. Non lo sapeva descrivere bene così se lo tenne per sé. La notte si popolò di sogni inquietanti. Gatti giganti che camminavano verso di lei con l’intento di mangiarla. Uccelli sugli alberi che non sapevano volare. Al mattino aprì gli occhi sudata fradicia. Sua madre Eleonora, donna intelligente ma costretta all’austerità con tre figli da portare avanti, le disse di farsi una doccia prima di vestirsi ma non le chiese come mai era così sudata, come si sentiva, niente. Patrizia ci rimase male. Accompagnò Giuseppe a scuola e, come al solito,  il fratello vide bene di farla inciampare tre volte passandole davanti continuamente. Patrizia lo spintonò come faceva sempre per farlo smettere.

“Lo dico a mamma” fece il ragazzino pignucolando

“Che me ne frega a chi lo dici” gli rispose lei prima di depositarlo davanti all’ingresso delle elementari.

Giuseppe oltrepassò il cancello imbronciato. Il loro consueto gioco delle spinte non era lo stesso quella mattina. Sua sorella era un mito per lui, anche se non glielo aveva mai detto anzi, se lo avesse scoperto avrebbe negato fino alla morte. Le piaceva vederla muoversi per casa, chiamare disinvolta le amiche, organizzarsi per il sabato sera e litigare con la mamma quando non rispettava il coprifuoco. A quindici anni anche lui avrebbe fatto così! Le voleva così bene da non riuscire a trattenersi dal farla infuriare facendole continui scherzi e cercando di farla cadere tutte le volte che camminavano assieme. Però Patrizia aveva un’aria strana, era stata poco allo scerzo e il suo spintone non aveva la forza di sempre. In genere lui cadeva veramente, aveva imparato a rotolare a terra senza farsi male, stratagemma che usava anche a hockey, quando l’avversario gli si gettava addosso per interrompere l’azione. La guardò attentamente, la vide come una bambola dalle braccia penzoloni, pensò che aveva un aspetto più grande quella mattina, sembrava improvvisamente invecchiata e troppo seria.

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Lucia Simona Pacchierotti
Sono nata a Siena dove mi sono laureata in Storia dell'Arte e dove lavoro in un museo cittadino. L'arte, la musica, il cinema, la letteratura, sono le mie passioni insieme a quella per la psicologia e per tutto ciò che genera emozioni. La scrittura è da sempre legata al mio lavoro anche se solo negli ultimi tempi mi sto dedicando ad essa. Coi miei racconti brevi e le mie poesie, ho ricevuto alcune mansioni d'onore e riconoscimenti a vari concorsi anche internazionali. Questo anche grazie ad un corso di Scrittura Creativa tenuto da Arsenio Siani, collaboratore di SCREPmagazine, grazie al quale io stessa sono diventata blogger di questo magazine.

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