Una scuola che torni a essere un abbraccio
Ci sono momenti in cui guardo i bambini entrare in classe e mi chiedo se noi adulti ci ricordiamo davvero quanto siano piccoli.
Piccoli nelle spalle, nelle mani, nei passi incerti.
Piccoli soprattutto nel cuore, che ha bisogno di tempo per capire, per crescere, per trovare le parole giuste.
E allora penso alla scuola come a un abbraccio: un luogo che dovrebbe proteggere, non confondere; accompagnare, non spingere, accogliere, non sovraccaricare.
Per questo, quando il ministro Giuseppe Valditara ha deciso di limitare nelle scuole italiane i progetti legati al gender, io ho sentito una forma di sollievo.
Una sensazione semplice, quasi fisica: come quando finalmente qualcuno spegne un rumore che non ti accorgevi più di sentire, ma che ti stancava da dentro. L’infanzia non è un dibattito: è un tempo sacro.
Viviamo in un mondo che corre troppo.
Un mondo che pretende che i bambini sappiano tutto, capiscano tutto, definiscano tutto.
Ma l’infanzia non è un dibattito pubblico.
È un tempo sacro, fragile, fatto di scoperte lente, di domande ingenue, di risposte che devono arrivare al momento giusto.
E allora mi chiedo: perché dovremmo portare nella scuola temi che richiedono maturità emotiva, strumenti interiori, consapevolezze che un bambino non può avere?
Perché dovremmo chiedergli di interrogarsi su aspetti profondi della propria identità quando ancora sta imparando a leggere, a scrivere, a stare al mondo?
La scelta del ministro, per me, è un modo per dire:
“Lasciamo che i bambini restino bambini.”Un messaggio semplice, ma rivoluzionario in un’epoca che vuole tutto subito. Proteggere non è vietare: è custodire
C’è chi parla di censura.
Io vedo un gesto di cura.
Proteggere non significa negare la realtà, ma scegliere il momento giusto per affrontarla.
Un bambino non ha bisogno di etichette.
Ha bisogno di stabilità, di adulti che sappiano guidarlo con dolcezza, di un ambiente che non lo costringa a definire ciò che ancora non conosce.
La scuola deve insegnare il rispetto, la gentilezza, la convivenza.
Ma non può diventare il luogo in cui si anticipano temi che appartengono alla sfera più intima della persona.
Quella è una responsabilità che spetta alla famiglia, con i suoi tempi, i suoi valori, la sua sensibilità.
Per questo, per me, la scelta del ministro è un atto di equilibrio.
Un modo per ricordare che la scuola deve essere un porto sicuro, non un campo di battaglia culturale. La scuola non può sostituirsi alla famiglia. Gli insegnanti sono fondamentali, ma non possono diventare i mediatori di questioni che toccano l’identità profonda.
La famiglia deve poter decidere quando, come e se affrontare certi argomenti.
La scuola può accompagnare, certo.
Può educare al rispetto, alla gentilezza, alla convivenza.
Ma non può anticipare ciò che appartiene alla casa, al cuore, alla crescita personale.Per questo la scelta del ministro mi sembra un modo per ristabilire un equilibrio che si stava perdendo.
Un modo per dire:
“La scuola fa la scuola. La famiglia fa la famiglia”…
Meritano un luogo sereno, dove imparare a vivere insieme senza sentirsi al centro di battaglie che non comprendono.
La decisione di Valditara, per me, è un passo verso una scuola che torna a essere neutrale, accogliente, protettiva.
Una scuola che non divide, ma unisce.
Una scuola che non confonde, ma accompagna. Alla fine, tutto si riduce ai bambini che hanno bisogno di stabilità, di chiarezza, e di adulti che sappiano guidarli con dolcezza.
Hanno bisogno di una scuola che li faccia crescere senza ferirli, senza anticipare tappe che richiedono tempo, maturità, consapevolezza.
Per questo io sono d’accordo con la scelta del ministro Valditara.
Perché una scuola che protegge è una scuola che ama.
E una scuola che ama è una scuola che fa il suo mestiere.
Angela Amendola






