Koh Chang,

03/02/19

La sveglia del cellulare suona alle 8. La stessa, identica sveglia che sento ogni mattina in Italia, simbolo della monotona routine che contraddistingue le mie giornate. Sentirla qui mi riporta anzitempo a quella dimensione, consapevole che tra poche ore quel suono sarà la sirena della veglia, che mi farà alzare pieno di angoscia e fastidio. Ci sono sapori sgradevoli, legati a sensazioni ed emozioni scomode, che quando vengono richiamati sembrano chiudere una parentesi, dando a quello spazio intercorso tra l’ultima volta che l’hai sentita e il momento presente la dimensione del sogno. Come se la pausa che ti sei preso da quella scomodità non fosse mai avvenuta…

E’ ora di fare i bagagli. Raccolgo distrattamente le mie cose sparpagliate per la camera mentre tutta la mia attenzione è rivolta a quelle quattro mura di legno, cerco di registrare tutte le informazioni possibili per imprimere nella mia mente un ricordo vivido di quel luogo.

Prima della partenza ci attende ancora un’esperienza lieta, facciamo colazione insieme a Carmen e Philippe, i nostri nuovi amici. E’ veramente piacevole chiacchierare con loro, dimostrano un’apertura mentale e una predisposizione all’ascolto che è rara da trovare nelle persone. E’ anche l’occasione per tirare fuori dal magazzino dei ricordi alcuni frammenti di vita, così da donarci un pezzettino di noi reciprocamente.

Carmen ha vissuto da giovane l’esperienza della dittatura di Ceaucescu e ci racconta alcuni episodi emblematici, relativi agli ultimi giorni prima della caduta del regime.

“All’epoca ero responsabile di un’azienda tessile. Un giorno mi intimano dall’alto di radunare tutti gli operai nel piazzale della fabbrica, senza una motivazione. Obbedisco, dico ai miei uomini di andare verso il piazzale e loro mi chiedono il motivo. Non so cosa rispondergli, sono nervosi, spaventati. Non dimenticherò mai quelle facce, i loro occhi spauriti, gli sguardi carichi di tensione che cercavano risposte e certezze. Infine li hanno caricati su dei camion e man mano che salivano mi lasciavano dei bigliettini con dei numeri di telefono attraverso cui contattare le loro mogli, per avvisarle che non sarebbero rientrati a casa a fine turno. Infine ho scoperto che il regime voleva usare quegli operai per reprimere la rivolta di Timisoara, dove i ribelli stavano mettendo a ferro e fuoco la città. Quando i miei uomini hanno capito che avrebbero dovuto combattere contro dei loro fratelli si sono ribellati, hanno fatto fermare i camion e sono scappati.”

La voce di Carmen trema per l’emozione. E’ palese che quelle immagini sono ancora vivide nella sua mente, il trasporto con cui ne parla mi permette di essere lì, in mezzo a quegli operai, a condividere le loro paure e la loro rabbia. Il resto è Storia, un paese in crisi per il crollo del comunismo, le ondate d’immigrazione con cui persone affamate di libertà cercavano, per la prima volta nella loro vita, di iniziare a sognare. Guardo Carmen negli occhi e riconosco quello sguardo, visto tante volte, tipico di coloro che ne hanno passate tante, ne sono venute sempre fuori ma ogni esperienza ha lasciato il segno. Si può ricominciare, ma è impossibile dimenticare.

Guardo l’orologio, è l’ora della partenza. Salutiamo Carmen e Philippe e in quella stretta di mano c’è l’ennesimo augurio nel mio cuore di incontrare ancora le persone conosciute casualmente durante questo viaggio.

La titolare della guesthouse dove abbiamo alloggiato, Nicky, ci dà un passaggio fino al porto. Lì ci incontreremo con un trasportatore che ci darà un passaggio fino a Bangkok. La puntualità non è un pregio dei Thailandesi, l’uomo è in ritardo e comincia a serpeggiare in noi una certa inquietudine perché rischiamo di perdere l’aereo. Davanti al molo sfrecciano decine di minivan, ma nessuno di questi sembra essere il nostro. Dopo più di un’ora si presenta un individuo che ci lascia intendere di essere la persona che stiamo aspettando. Non parla inglese, comunichiamo a gesti, ci invita a salire sul mezzo e inizia il nostro lungo viaggio per Bangkok. Da Trat prendiamo un’autostrada e per 6 interminabili ore il paesaggio rimane sostanzialmente invariato, un paesaggio pianeggiante con qualche timida collina all’orizzonte, di tanto in tanto troviamo qualche chiosco di bevande che ci annuncia che nelle vicinanze c’è un  centro abitato. Il mezzo corre veloce, ma il viaggio sembra non avere mai fine. Talvolta, in lontananza, ho l’impressione di sentire ancora il rumore del mare, che però è distante chilometri.

Finalmente arriviamo all’aeroporto di Suvarnabhumi ed inizia il viaggio in volo più pauroso che abbia mai fatto. 12 ore di turbolenze quasi continue, tra vuoti d’aria e tremolii sinistri delle pareti dell’aereo, come se una forza invisibile stesse cercando di stritolarlo. Dormire è impossibile, così osservo. E’ pieno di italiani, ovviamente. Gente che ha viaggiato per diversi motivi, ma che forse ripone nel viaggio la medesima speranza, quella di un nuovo inizio, che ti permetta di tornare senza essere più lo stesso che è partito.

 FINE

Arsenio Siani

Articolo precedenteClay Walker e la musica country
Articolo successivo“Monologo con Dio” Massimo Troisi
Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui