Valerio Pisano

“l’uomo biro

“Caro lettore, la domanda che ti porrò alla fine di questa intervista sarà questa: conosci a cosa possa servire il tappo di una penna? Conosci le potenzialità di un tappo? Hai la più pallida idea di cosa possa contenere un sottile tubetto di plastica pieno di inchiostro?”

Sono Valerio Pisano nasco a Lanusei nel 1968 e “circa dieci minuti dopo la prima poppata”, da bravo autodidatta, inizio ad esprimermi e a comunicare con il disegno che si sostituisce al suono del pianto e delle tipiche espressioni del viso, dei gesti e delle posture del mio corpo di neonato.

 D – Bene, e ora che ti sei presentato rubandomi la scena, quasi assegnandomi il ruolo di comparsa, mi parli di Lanusei?

R – Lanusei è un antico borgo di 5400 abitanti, attestato dal XII secolo, che si arrampica sui costoni sud-orientali del parco del Gennargentu, sede vescovile della diocesi d’Ogliastra e della prima ‘casa dei Salesiani’ in Sardegna (1902), ossia il ‘tempio di San Giovanni Bosco’, patrono del paese, festeggiato a inizio giugno. Ulteriore lustro riviene dagli ottocenteschi palazzi Mameli e Piroddi, quest’ultimo opera neoclassica del celebre architetto Gaetano Cima.

Al centro spicca la seicentesca Cattedrale di Santa Maria Maddalena, che custodisce affreschi del pittore Mario Delitala, uno dei contributi più alti e significativi del dibattito artistico sardo del ‘900.

Altro importante edificio di culto è il Santuario della Madonna d’Ogliastra, sede dei frati francescani.

Fuori dall’abitato le chiese di Maria ausiliatrice e quella campestre dei Santi Cosma e Damiano.

Nel monte Armidda troviamo l’osservatorio astronomico Caliumi, uno dei più grandi in Italia.

Lanusei vanta una cucina di tradizione agropastorale, dove spiccano prelibatezze come culurgiones, la pasta fresca ripiena diventata simbolo dell’Ogliastra anche in virtù dell’ottenimento dell’Indicazione geografica protetta e coccois prenas, fragranti tortine salate con un impasto che ricorda quello della pizza, ma più croccante, e un delizioso ripieno a base di patate, aglio, pecorino e menta.

D – Ha anche uno sbocco nel mare…

R – …nel mare cristallino d’Ogliastra.

Il suo territorio fu abitato sin dalla preistoria e numerose sono le tracce di età neolitica, ancora maggiori quelle nuragiche. Per non parlare del meraviglioso parco archeologico di Selene costituito dai basamenti di un nuraghe e di varie capanne di un villaggio e da due tombe di Giganti, posizionate a 80 metri l’una dall’altra, la cui datazione oscilla tra Bronzo medio e finale (XV-XII secolo a.C.).

D – Con una sola parola, o quasi, cos’è per te Lanusei?

R – Il mio nido…il posto dove ho trascorso una bellissima infanzia spensierata, dove si poteva giocare in strada o fare pochi passi per trovarsi dalla periferia in aperta campagna e “pascolare” serenamente, “mangiucchiare” abusivamente negli orti e nei frutteti altrui. Un paese molto vivo all’epoca della mia adolescenza, dove centinaia di ragazzi, privi di telefonino, andavano avanti e indietro lungo la via principale per cercare i propri amici. Questo creava traffico e vita. Un confortevole e animato nido in collina.

Però mi piacerebbe che le mie ceneri finissero in mare.

D – Perché?

R – Per restituire ai pesci una parte di quanto ho usufruito.

D – Lo studente Pisano?

R – Studente?…ahahahahah, sono diventato bravo con la penna perché mi permetteva di estraniarmi dalle lezioni.

La scuola elementare è stata una sofferenza tant’è che il tempo lo trascorrevo a disegnare/pasticciare sui libri e sui quaderni.

Ma che bravo questo Valerio, sta sempre a prendere appunti con la sua penna”.

Penso fosse questa l’impressione che davo agli insegnanti.

Anche banchi, sedie e qualsiasi superficie piana potenzialmente disegnabile erano oggetto delle mie attenzioni.

I disegni che invece realizzavo “legittimamente” durante l’ora di disegno erano più curati. Disegnavo paesaggi con prati, alberi, case, a volte copiavo immagini di santi, a volte disegnavo galeoni e altre navi da guerra moderne.

Le medie non cambiano la mia attenzione per gli studi.

Mi ritiro dalla prestigiosa scuola privata dei Salesiani per eccesso di “scabessadasa”, visto che ero molto turbolento e la retta probabilmente prevedeva ogni tipo di strumento per poter correggere la mia ribelle spontaneità sino al definitivo ritiro anche dalla pubblica nel corso del quinto ginnasio.

La mia creatività e la mia passione per il disegno però avanzano sempre più.

D – Durante le ore di lezione alle scuole medie scopri il disegno a penna biro.

R Era l’unico modo – parla e ride – per disegnare senza farsi notare nei momenti di noia: in genere cinque ore al giorno.

La biro è la sua compagna di vita e da semplice mezzo per disegnare diventa l’oggetto dei suoi desideri, dei suoi lavori, sic et simpliciter o rivisitata con tanta diversità e fantasia.

La biro disegna la biro, una sorta di autoritratto dello strumento di scrittura più usato nel mondo, quasi il vero brand del ventesimo secolo.

D – E dopo il ritiro dalla scuola?

R – Mi immergo nel mondo del lavoro che mi ha portato a svolgere mansioni di manovale, imbianchino, falegname, operaio vendemmiatore, caciaro, impiegato presso studio legale e notarile, agente penitenziario.

D – Il tuo primo lavoro?

R – Il mio primo lavoro quando avevo circa 8 anni. Il pomeriggio mi recavo in un negozio che vendeva stoffa e “facevo” il commesso per 200 lire al giorno. Il proprietario pretendeva che dicessi all’entrata e all’uscita dal negozio “viva il Duce”: ma non sapevo nemmeno che cavolo volesse dire. Ogni fine settimana versavo le 1.200 lire guadagnate presso l’Ufficio Postale di Lanusei. Raggiunta la somma di 5.000 lire mi recai all’Ufficio Postale e dissi: “Ritiro tutto!”.

Subito dopo mi licenziai.

In realtà non mi piaceva quel lavoro, che consisteva nel pascolare due cani da caccia, salire sulla scala per prendere il tovagliato e dire due volte al giorno “viva il duce”.

D – Il pallino del disegno sempre in testa. Vero?

R – Sempre e sempre più.

D – Perché ridi?

R – Sono sorriso-dipendente.

E anche se non sempre è possibile esercitare questa piacevole dipendenza indirizzo le mie azioni, il mio interesse verso tutte quelle situazioni che capto e reputo fonti di approvvigionamento di sorrisi.  Sino ai limiti dell’impossibile cerco di dribblare le situazioni conflittuali che mi si presentano. Anche nelle mie creazioni cerco e spero di suscitare sorrisi. Quando questo avviene è un’impagabile  soddisfazione.

D – La tua soddisfazione maggiore?

R – Quando ho capito di aver inventato una cosa che non esisteva ancora. Infatti in un mondo artistico stracolmo di opere irraggiungibili, ho incoronato il mio strumento, la penna Bic, con la costruzione di un regno vivo, dove lei è la protagonista. Le ho costruito anche un regno “retroattivo”, facendola esistere e passeggiare nel passato e facendole fare addirittura un salto nel futuro.

D – Sei orgoglioso di tutto questo?

R – A volte ma con moderazione. Quando invece sono solo con le mie creazioni sfoggio il mio orgoglio e sorridiamo insieme.

D – Ora sei un “pittore, disegnatore, facitore di mille invenzioni e poeta di un’ironia ribelle che si intrattiene entro gli ambiti di una tridimensionalità non solo fisica ma mentale”, come leggo nella tua pagina Facebook.

R – Tutto questo grazie alla mia musa-ispiratrice che mi giunge dallo sguardo a una nuvola, dalle pieghe di un lenzuolo, a volte da scambi di battute.

Con i miei lavori mi piace donare sorrisi e sorprendere le persone con creazioni più originali possibili.

D – Una bella sfida?

R – Bella, intrigante, entusiasmante ma molto difficile. In questo mi aiutano tantissimo l’apprezzamento della critica, il mio carattere che non mi fa prendere troppo sul serio, la mia passione e le mie emozioni. Naturalmente è indispensabile il tempo per poter pensare.

D – Un’emozione forte che ricordi.

R – Mi riferisco sempre alla vita artistica. Nel 2011, durante un trasloco, saltano fuori alcuni miei libri delle scuole elementari. Le pagine ricoperte da disegni di vario genere, le figure modificate con “impasti” colorati eseguiti a penna Bic.

All’interno di uno di questi libri trovo un mio album da disegno dello stesso periodo: c’erano disegnate le mie prime due penne, la rossa e la blu, che puoi vedere raffigurate sulla copertina del mio catalogo “Tracce”.

Questo ritrovamento scatena in me emozioni difficili da spiegare, come l’incredulità e la consapevolezza di essere ancora quell’io, che dal tempo dell’infanzia ad oggi continua a frequentare il mondo della fantasia con lo stesso menefreghismo e la stessa libertà di fare ciò che passa per la testa.

Con la voglia di piangere per avere il passato tra le mani e vedermi piccolo, solitario, distratto e con le manine sporche d’inchiostro e soltanto poche aspirazioni: cibo, cacca, nanna e nessun progetto per il futuro.

D – Cosa hanno significato per te le prime mostre messe in campo nella tua Lanusei nel 1990, 1991, 1994?

R – Mi hanno permesso di mettermi in gioco, ascoltare le critiche, negative e positive, i consigli, i pareri delle persone. Tutto ciò mi ha arricchito, soprattutto le critiche negative, alle quali ho dato sempre un valore importante. Le critiche smuovono in me qualcosa e mi permettono di crescere ed ottenere grandi e belle soddisfazioni che sono molto significative per un artista.

La consapevolezza che le persone apprezzino quello che scaturisce dalla tua libera fantasia è stupenda. Quando, purtroppo, e capita molto spesso, le ali della libertà vengono tagliate le opere somigliano a corpi privi di “anima”, carenti di “sentimento” e incapaci di liberare “emozioni”.

D – Quando sono “nate” le prime penne?

R – Le prime penne autoritratte sono nate nell’estate del 2009 e da allora hanno avuto una evoluzione talmente piacevole da perdurare attualmente. Pensa che dal gennaio 2011, data in cui ho iniziato a catalogare questi lavori, sono arrivato a firmare il numero 1.890. Incredibile ma molto vero!

D – E in questo ti ha aiutato molto la critica…

R – …e anche con mia somma e inimmaginabile meraviglia. Un grande ringraziamento va a chi ha alimentato e alimenta la mia creatività aiutandomi a crescere e a chi ha tradotto e traduce in parole ciò che  disegno.

D – Ho letto critiche meravigliose sul tuo conto. Da Roberto Gramiccia, critico d’arte e scrittore a Juri Piroddi, regista, da Francesco Manca e Simone Loi, giornalisti de L’Unione Sarda a Giovanni Idili,  Archeologo, da Nicola Tella,  Architetto a François Kahn, Attore, tutti ad osannare e celebrare il tuo percorso Bic.

Significativa e da brividi quello che scrive di te François Khan che non ti sto a leggere perché la conosci benissimo (non voglio farti arrossire per l’emozione) ma che trascrivo integralmente nella traduzione di Juri Piroddi per i lettori di SCREPMagazine

La Penna Bic nel lavoro di Valerio Pisano

L’uso della penna a sfera appartiene sicuramente ad un’ampia corrente dell’arte contemporanea, sia dalle parti dell’Art Brut (rivelata e difesa da Dubuffet) che a quella dell’Arte Povera (come ad esempio le superfici monocromatiche di Alighiero Boetti). Ma è affascinante scoprire le ricerche portate avanti da Valerio Pisano, nel campo dell’arte materiale e immateriale, su questo oggetto/strumento: la Penna Bic.

Vi si possono seguire diverse piste. In primo luogo quella di una ricerca di perfezione artigianale, formale, nella rappresentazione dell’oggetto: le variazioni di scala, colore, la moltiplicazione, la frammentazione, la decomposizione degli elementi dell’oggetto stesso (corpo esagonale trasparente, cappuccio, tappo, inchiostro, punta ecc.). Si tratta di una sorta di meta-linguaggio sull’oggetto che disegna e che, al tempo stesso, lascia una traccia della sua stessa figura, una traccia indelebile e dunque senza alcuna possibilità di correzione del gesto.

Questa prima pista si ramifica in diverse direzioni:

la rappresentazione antropomorfica dell’oggetto-penna, del suo corpo e della sua sessualità, dei suoi abiti, delle sue attività, della sua appartenenza alla storia dell’arte, in quella dei bronzetti nuragici in particolare;

la rappresentazione “fisiologica” dell’oggetto-penna, con la descrizione della sua crescita, riproduzione, malattia, vecchiaia e morte (con analisi, test chimici, prescrizioni e cartelle cliniche, ecografia, fino all’esame necroscopico e alla conservazione in formaldeide);

la rappresentazione dell’esaurimento materiale dell’oggetto-penna come conseguenza della sua stessa moltiplicazione esponenziale (dell’intero o delle sue parti costitutive), del suo invecchiamento (la cancellazione, la modificazione dei colori a causa della luce, l’accumulo dei residui di penne consumate), o della sua mummificazione (l’esposizione delle reliquie in teche di plexiglas);

il gioco della smaterializzazione di tali rappresentazioni attraverso l’animazione video e la registrazione magnetica del rumore della penna che disegna su un supporto materiale.

Non si tratta qui che degli esiti più evidenti di questa diramazione.

Un’altra pista è quella dell’attivismo surrealista (“La bellezza sarà convulsa o non sarà”, scriveva André Breton in Nadja). Valerio Pisano iscrive la penna a sfera contemporanea (la Penna Bic è nata ufficialmente nel 1950) nella storia dell’arte facendo una duplice operazione: da un lato egli piazza un oggetto anacronistico e quotidiano, un classico prodotto della creazione industriale, all’interno di una rappresentazione idealizzante della bellezza; dall’altra egli traccia manualmente o con mezzi virtuali, un segno dissacrante sull’immagine prescelta, icona religiosa o culturale, una sorta di graffito provocatorio e rivelatore, liberatorio.

Ma per comprendere appieno il valore di questa ricerca, bisogna tenere conto dell’ostinazione, dello zelo necessari per dominare la ripetizione minuziosa e implacabile che esige la cura artigianale dell’opera. Ciascun elemento, ciascun frammento, supporto, superficie, reliquiario, ciascun titolo d’opera si rapporta a una specie di “work in progress” o di patchwork, di mosaico o di tessitura in espansione. E, paradossalmente, ciascuno ci rinvia a una sorta di origine vivente, di ricordo sepolto, una concezione le cui tracce si leggono sulle pagine, ritrovate, dei quaderni e dei libri di scuola sui quali Valerio, ragazzino, scarabocchiava senz’altro scopo che quello di sfuggire alla noia e di viaggiare con la fantasia.

… e Valerio ride…

D – Vuoi smettere di ridere?

R – Rido pensando a “is scabessadasa” dei Salesiani…quasi quasi ammetto che quegli “schiaffoni” mi hanno fatto bene e che forse senza “is scabessadasa” non sarei stato il Valerio Pisano di oggi.

Già, infatti “mazze e panelle fanne i figghje belle, panelle senza mazze   fanne i figghje pazze”.

D – Ti sei mai cimentato con la pittura ad olio?

R – Sì, ma mi sembrava di avere addosso una camicia di forza e ai polsi delle manette, per cui il pennello non godeva della libertà che navigava a gonfie vele nella mia mente ma non riusciva  a volare sulle tele. E per me la libertà è tutto. Guai a non sentirmi libero.

D – Rivince la penna biro, rivince la tua libertà di creare senza catene, senza limiti, senza confini. Valerio e la penna due siamesi per disegnare su carta l’anima, le emozioni, le sensazioni e farle diventare reali e concrete.

R – Bravissimo.

D – E con la definitiva vittoria della Bic parte il tour di Valerio per il Continente e per la Spagna e la Svizzera alla conquista di nuove piazze e di nuove fette di critica…

R – Lucca, Udine, Venezia, Bologna, Pesaro, L’Aquila, Fornovo di Taro, Pontedera, Roma con il contorno sardo di Argentiera, Tortolì, Cagliari, Quartu Sant’Elena, Ploaghe, Mendrisio e Lugano (Svizzera), Valencia (Spagna).

A Pesaro nel 2013 partecipo al 3° Festival Internazionale delle Emozioni.

A Roma espongo nella storica Galleria, La Nuova Pesa, in via del Corso assieme ad artisti famosi quali Jannis Kounellis, Renato Mambor, Vittorio Messina, Pizzi Cannella, Cloti Ricciardi e altri con “maniglia per libri” un pezzo tratto da “Profumo di Ringhiera”, 23 creazioni reali scelte da un libro di 200 illustrazioni, frutto di vecchi scarabocchi.

Con “Profumo di Ringhiera”, accompagnato da un catalogo recensito dallo scrittore e critico d’arte Roberto Gramiccia, apro una piacevole parentesi con l’amico scultore Gianleonardo Viglino condividendo alcuni progetti artistici molto apprezzati, come l’installazione multimediale “media imprinting” messa in atto in un locale distrutto da un incendio e un’esposizione presso la Galleria (stradale – tra le più importanti della Sardegna) di Correboi dal titolo “TuNelLAgio“.

 D – Valerio Pisano come materia prima della sua riflessione artistica, della sua creatività ha, come egregiamente scrive il critico d’arte e giornalista  Roberto Gramiccia, “i suoi giochi dell’ironia, la sua nonchalance squisitamente mediterranea, la sua cultura che tende, giocosamente, più a porre domande (stranianti domande) che a dare risposte…

Che cosa sono le sue Manette con nacchere se non un ossimoro vivente?

Le nacchere normalmente vengono suonate dalle ballerine di flamenco libere e belle. Quelle dell’artista sardo suonano messe in vibrazione da mani serrate all’interno di manette. Che è come dire, quando la libertà è autentica le manette non bastano.

C’è poi il repertorio delle Supposte: quelle in granito, quelle in frassino che invece di sciogliersi hanno il compito di mantenere le proprietà vampiro repellenti.

C’è la Chitarra da pesca, con tanto di mulinello, il Cavatappi doppio, assolutamente inutile ma bello da vedersi e il repertorio delle forchette col boccone pronto, la Vite a tre punte e il Profumo di ringhiera. Scordavamo la Supposta alla menta, con un sapore che non potrà mai essere gustato perché la mucosa rettale non possiede papille gustative. E ancora le Forbici doppie e triple per le doppie punte dei capelli. La Maniglia per i libri – un’opera magnifica per la sua sintetica ma eloquente semplicità – che sta lì, a testimoniare che per entrare dentro la cultura devi averci la chiave della serratura, devi averci l’accesso. Se sei un poveraccio senza chiave non ci entri dentro, e rimani un poveraccio per sempre. Il problema non è che non hai un euro, il problema è che non sai, quindi non puoi, quindi altri decidono al posto tuo.

Valerio Pisano è un artista così. Uno che non smette mai di sorprenderti”.

Così come quando disegna con cura e precisione le penne, Valerio le rende vive, reali, vere, giungendo a vestirle e ad umanizzarle. Le disegna in tutte le salse, le fa nascere creando delle braccia e delle gambe e le trasforma in qualsiasi cosa.

Nodi, Bronzetti, personaggi di ogni genere vestiti in qualsiasi modo, preti, poliziotti, santi, sposi, coppie in costume folkloristico sardo e non, calciatori, pugili, ballerine, cantanti, maratoneti, degustatori, bandiere, personaggi delle carte da gioco, il kamasutra, penne lunghissime, cortissime, che si piegano e compongono qualsiasi forma, anche i nasi dei Templari, come avvenuto in occasione della presentazione del libro “il naso del Templare” di Raffaele Licinio e Franco Cardini a Bitonto. Tappi. 

R – Centinaia, migliaia di tappi ammucchiati, disegnati uno ad uno, tutti su un foglio o tutti separati in piccoli rettangoli di cartoncino per poter comporre un pannello di almeno 600 elementi. Rivisitazioni di dipinti famosi dove l’elemento penna è entrato prepotentemente a dimostrare che esisteva ed è sempre esistita, sia nella cultura di nazca che nella scrittura egizia, nelle anfore greche, nelle statue scolpite in diverse epoche. Inoltre ho creato una serie di oggetti inediti. Componenti di arredamento, cancelleria, oggettistica di vario genere. Sempre con lo stesso tema.

D – Insomma una vera e propria ossessione artistica, declinata, coniugata, esaminata, trattata, vista in tutti i modi e tempi possibili sino a giungere a San Sebastiano trafitto dalle biro per arrivare ai bronzetti nuragici e…

R – … alle analisi cliniche alle quali ho sottoposto la penna, con tanto di referti medici provenienti da veri laboratori!

Per Valerio Pisano la BIC è uno stile di vita, è una originale proposta artistica.

Stile di vita e originale proposta artistica che catturano la curiosità di Rita Grauso, insegnante per 40 anni di storia dell’arte e grande valorizzatrice di artisti sardi, e sfociano tra il 2016 e il 2017 nella mostra  “Tracce” di Cagliari fortissimamente voluta dalla stessa Grauso.

Un successo di pubblico e di critica. E non poteva essere diversamente.

D – E siamo al cortometraggio “A Pen’s Odyssey”, un progetto dedicato alla “Odissea di una penna durante le fasi della paziente creazione di un disegno” nato dall’ unione tra la tua creatività…

R – … e il talento del regista, anch’esso ogliastrino, Alessio Cuboni.

“2018: Odissea nel mio spazio” racconta del mio percorso creativo, della vita che dono nel mio studio alle penne più famose del mondo armato di solo inchiostro.

Vedendo per caso i lavori di Alessio rimasi sconvolto dalla bravura nel creare dei cortometraggi di alta qualità e che allo stesso tempo trasmettevano emozioni.

Dopo aver visto il suo videoclip musicale della cantante Irene Loche,  gli chiesi se fosse disposto a fare un videoclip che riprendesse le fasi di una mia creazione. Una volta iniziati i lavori, già dalle prime riprese mi resi conto di quanto lavoro servisse per la creazione di un video professionale.

I dettagli da curare, le riflessioni, le prove continue per rendere impeccabile il risultato. 

Ore di lavoro per 2 minuti e mezzo di filmato.

Rimasi sorpreso.

Ti confesso che sto valutando la possibilità di fare un colossal…“Pen Hur”.

Per quanto riguarda il disegno protagonista del filmato è una creazione che corona una produzione che mi ha dato e sta dando tante soddisfazioni.

L’arte per me è un binario di salvezza dove appena posso “scambio” da quello della vita reale quando diventa troppo “crudele”.

D – Ciao, Valerio, è stato un piacere rivederti, e ancora una volta mi hai fatto trascorrere una giornata incantevole allietata dalla tua ironia e dal tuo sorriso.

Devo correre per incontrare due mie amiche, conoscerai i nomi all’uscita dell’intervista sul blog, e poi rientrare in continente.

Sappi che c’è tutta la disponibilità di SCREPMagazine a organizzare una tua mostra.

R – Grazie, caro Vincenzo, quando e come vuoi sono sempre a tua e vostra disposizione. E tu, caro lettore di SCREPMagazine, non dimenticare che “una penna tappata non scrive”.

 UN CONTRIBUTO IN VIDEO … ” A Pen’s Odyssey”

https://www.youtube.com/watch?v=3Y_DgZTKu-Q

Il  post intervista…con Marisa Murgia, la compagna di Valerio.

D – Una tua definizione di Valerio…

R – Difficile definirlo…

D – Dai, dai…forza!

R – Un uomo mite, con pensieri leggeri, ma assolutamente non superficiali.

Una persona che fa ridere, perché ama molto vedere il sorriso sui volti di chi lo circonda.

Valerio mi ha insegnato la leggerezza dell’essere…

Sì, la leggerezza dell’essere con quel suo non prendersi troppo sul serio…

Ecco, questo è il tratto che maggiormente lo caratterizza, insieme al suo animo gentile, al suo essere dolce ma testardo, tipico dell’uomo sardo.

E io lo amo tanto.

Woooooowwwwww, che bella dichiarazione d’amore…

E il nostro Valerio si emozionerà o riderà?

Chissà!

 …e con la figlia sedicenne, iscritta al quarto anno del liceo.

D – Sei orgogliosa di avere un papà artista molto apprezzato dalla critica?

R – Certamente! E chi non lo sarebbe? E lo sono non tanto per gli apprezzamenti che riceve (questo è un bel punto in più per lui) ma per sentirlo bene interiormente grazie all’arte che ha appagato la sua passione e la sua voglia di trasmettere qualcosa alla gente.

D – La cosa più bella che ti ha trasmesso.

R – Nell’ambito dell’arte e della fantasia credo che da lui abbia preso ben poco e me ne dolgo.

Come padre la sua continua presenza, nonostante tutto, e la sua enorme comprensione.

D – Ritieni utile per l’attuale società il suo messaggio artistico?

R – Sì, e senza lasciarmi influenzare dal fatto che è mio padre, penso che ogni tipo di arte abbia un messaggio da trasmettere, abbia una morale.

Ogni artista con l’arte entra a far parte di un mondo in cui la normalità non esiste e lascia spazio all’immagine e alle emozioni che con le parole non si riescono ad esprimere.

L’arte di mio padre, invece, è qualcosa di diverso: è messaggio di calma, di perfezione, di precisione frutto del tempo che utilizza per “concretizzare” e “dare vita” alle emozioni del suo inconscio.

D – Mi vuoi parlare della sua ironia?

  •  R – L’ironia di mio padre è una sua caratteristica non sempre capìta da tutti. Infatti molte persone la riconoscono come diversa, strana.

Si spaventano alla visione del diverso, mentre è proprio nelle diversità, nella stranezza di una persona che si può notare la sua unicità.

In questo caso di mio padre, che a mio avviso è unico anche per questo motivo.

La sua ironia è il suo punto di forza!

Woooooowwwwww che belle risposte…

Puoi essere orgoglioso e fiero di questa tua figlia, caro Valerio.

Stai piangendo o stai ridendo?

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

2 Commenti

  1. Devo dire che hai riassunto i miei 50 anni di frenetica attivita artistica eccellentemente. Non posso che ringraziarti di cuore. Sappi però che ogni tanto affiorano altri ricordi d’infanzia, scolastici e scorribande adolescenziali, quando si ragliava a crepapelle. Spero di avere del tempo per dei conguagli. A presto caro Vincenzo!

    • Sono io, caro Valerio, che ringrazio te per avermi dato la possibilità di scandagliare in parte e il tuo privato e il tuo pubblico ma soprattutto per esserti concesso con la tua sottile e filtrante ironia ai lettori di SCREP e per aver messo a soqquadro la Sardegna con la mia intervista! E non finisce qui! Altre sorprese in arrivo dalla Sardegna sul tuo conto dopo le stupende parole dedicateti dalla tua Marisa e da tua figlia…
      Grazie ancora e alla prossima ❤️

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