ScrepMagazine

Un’estate al mare negli anni ’70

È iniziata l’estate e questa sarà un’estate molto diversa, anzi direi unica, perchè stiamo cercando di uscire da una grave pandemia mondiale. Ma nonostante tutto, ci prepariamo per andare al mare per le tanto sudate ferie. Ebbene, anche mio padre aveva le ferie che si concentravano nelle settimana di ferragosto. Parliamo degli anni 60/70.

Ma com’era la giornata tipo di una famiglia calabrese in quegli anni?

Mia mamma si svegliava alle 4 di mattina e metteva a cuocere il ragù perchè al mare si doveva portare a “pasta chjna” (pasta ripiena), i “pipi e patati” frijuti (peperoni e patate fritte) le polpette, le melanzane ripiene. Mentre dormivo sentivo quel profumo meraviglioso di peperoni e appena sveglio correvo a intingere nell’olio della frittura un bel tozzo di pane, rastrellando gli ultimi pezzetti di peperoni (colazione consigliata dai nutrizionisti – vedi Lemme). Con quel carico di impegni e con noi bambini (5) da preparare, mia mamma era ovvio che sforasse l’orario di partenza le 7 di mattina. Mio padre divenuto ormai impaziente, per ingannare il tempo scendeva giù e controllava la macchina e noi bambini lo guardavamo dalla finestra descrivendo a mia madre il rituale dei gesti prima dell’esplosione finale. “O mà sbrigati sta lavando il parabrezza e guarda su. Mi sembra arrabbiato” ripetevo io a mia madre e lei di rimando “e mò!, mò! ho quasi finito”.
Finito di cucinare si sistemava la cesta (c’era cibo per una settimana) ci assegnava ad ognuno di noi un compito, un oggetto da portare e si scendevano le scale in fila indiana, mandando mia mamma avanti per rabbonire mio padre impaziente.

Ma cosa portavamo oltre alla cesta?

Anguria da dieci kg, tavolino chiusura a libro con all’interno 6 sedie, ombrellone, barilotto con acqua fresca, posate, bicchieri (non di plastica) damigiana di vino.Sistemata tutta questa roba nel cofano della mitica 124 si partiva per il mare.

La Calabria è una terra meravigliosa, il mare dalla mia città si raggiunge in 10 minuti e le spiagge erano all’epoca libere e senza divieti. La macchina si lasciava ai bordi della strada e a noi bastava attraversarla per mettere piede sulla sabbia. Papà all’arrivo dava i compiti ad ognuno di noi :mamma ed io portavamo la cesta, le mie sorelle il resto; lui si metteva all’inizio della fila con l’ombrellone e guidava la carovana come Mosè nell’esodo.

La spiaggia era deserta al nostro arrivo, ma anche la vista di un solo ombrellone creava ansia a mio padre ,”Madonna quanta gente c’è” esclamava, perchè cercava una zona più tranquilla possibile. Scelto il posto, piantava l’ombrellone. D’obbligo era sistemare il vino e l’anguria nella sabbia del bagnasciuga lambita dalle onde, per mantenerli freschi ma puntualmente, il mare li ricopriva e spostava.

Valli a cercare poi ormai ricoperti dalla sabbia. Poi tutti in acqua e di tanto in tanto mamma ci richiamava per vedere di che colore fossero le labbra (se erano viola dovevamo uscire subito). Carbonizzati dal sole, senza nessuna crema protettiva, dopo aver raccolto tutto entravamo in macchina che era diventata un forno, e tutti pieni di sale ci appoggiavamo con la schiena ai sedili in plastica dove aderivamo come le mosche con la carta moschicida.

Al ritorno poichè il calore era intollerabile abbassavamo i finestrini sporgendo la testa di fuori e il vento muoveva le nostre guance come succede ai cagnolini. Arrivati distrutti riportavamo tutto in casa e dopo la doccia andavamo a letto con il ” terrore” per quello che ci aspettava il giorno dopo. Altro che ferie …

Rodolfo Bagnato

Exit mobile version