Oggi, mentre ciondolavo per casa alla ricerca di me stessa, è tornato alla mente un ricordo che risale ad oltre mezzo secolo fa.
È risaputo che il castello di Vibo esercita un grande fascino su di me ma probabilmente l’ho ereditato da mio padre.
Lui aveva la mania di andare al castello, non sempre, a volte dopo cena, richiedeva la nostra compagnia. Gli piaceva farlo soprattutto di sera, forse qualcosa lo riconduceva alla sua giovinezza, quando la seconda guerra mondiale era nel pieno e si rifugiavano nella galleria che dal castello di Vibo porta direttamente al castello di Bivona, per sfuggire ai bombardamenti.
Ovviamente portava la sua famiglia con sé. In auto c’eravamo sempre mia madre, mio fratello ed io. Avevo dieci anni e mio fratello, tre.
Ai tempi quella zona era buia, non c’erano i lampioni, la strada era illuminata dalla luce della luna, e quello che sto per raccontare, accadde una sera d’estate. Mio padre parcheggiò la sua Simca 1000 sul lato destro della strada, a pochi metri di distanza dal castello. Non era un luogo pubblico, come oggi e quindi, non c’era nessuno.
Lui scese dall’auto e si inerpicò tra i cespugli, sul lato sinistro dell’auto. Il silenzio era assoluto, si sentivano solo i grilli e le cicale e qualche abbaiare lontano. Mia madre seduta davanti, io e mio fratello eravamo sul sedile posteriore. Alla mia destra c’era il guard-rail, che scavalcato, permetteva di raggiungere la Valle del Mesima a piedi.
Attendevamo silenziosamente che finisse la sua adorata passeggiata notturna tra i cespugli del terreno incolto. Non ho idea dopo quanto tempo accadde ciò che vi sto per raccontare, direi circa mezz’ora dopo che mio padre aveva iniziato il suo giro d’ispezione.
Nel silenzio assoluto si sentì un forte rumore di ferro contro ferro. Tre colpi ben distinti. Mia madre si girò vero di me, chiedendomi se avessi sentito, ed io risposi di sì, che avevo sentito benissimo quei colpi battuti a pochi metri di distanza da noi.
Ma non c’era nessuno.
Continuavamo a guardarci intorno, ma niente. Ad un tratto però, mio fratello disse di aver visto un uomo vestito di bianco, battere con un martello sul guard-rail.
Così, spontaneamente urlò questa verità, senza che nessuno glielo chiedesse. Fantasia di un bambino?
Forse, ma il battere sul ferro lo avevamo sentito benissimo. E lo avevamo sentito in due. E nessuna delle due aveva visto niente. Il tempo di realizzare e mia madre si attaccò clacson per richiamare mio padre.
Dopo qualche minuto apparve dalla duna, tranquillo e spensierato come quando era andato ad esplorare. Lui non aveva sentito niente! Il volto di mia madre era impallidito e non era certo l’effetto della luce della luna, era paura.
E ascoltando il racconto di mia madre, mio padre, appariva molto sorpreso. Come lui, io non avevo paura, o forse ero troppo piccola per capire. Si può credere o non credere, ma ciò che accadde è pura verità. E tutti i vibonesi sappiamo che in quella zona, certi fatti accadevano molto spesso.
Chissà chi fosse quell’entità?
Perché mia madre ed io abbiamo sentito senza vedere e mio fratello, ha visto? Voleva che noi andassimo via? Sono domande a cui non posso rispondere perché non ho una risposta. E mai ce l’avrò, purtroppo! Ma, siccome sono una persona molto curiosa, vorrei tanto poter approfondire.
Ma non saprei neanche da che parte cominciare perché la zona del castello è stata teatro di tante uccisioni, morti violente avvenute nei secoli scorsi.
Morti non documentate. Noi conosciamo solo la storia dei sette martiri d’Ungheria e niente altro.
Vi assicuro però, che mio padre continuò ad andare al castello, ma da solo…






