Nel dibattito che precede il referendum del 22-23 marzo, ciò che colpisce non è il silenzio, ma il frastuono. Sono soprattutto i sostenitori del no a occupare lo spazio pubblico con toni accesi, slogan perentori e un’insistenza esagerata.
Più che un confronto, sembra talvolta una mobilitazione permanente, dove l’obiettivo non è chiarire, ma sovrastare.
Il fronte del no appare animato da una foga che va oltre la semplice difesa di una posizione. Nei post, nei commenti, nelle condivisioni martellanti, si percepisce un’urgenza quasi ansiosa di delegittimare l’altra scelta, come se dire sì non fosse un’opinione legittima ma un errore da correggere. Il dibattito si trasforma così in una contrapposizione frontale, dove il volume sostituisce l’argomentazione.
Questa strategia comunicativa punta a creare un clima di pressione: ripetere lo stesso messaggio, amplificarlo, renderlo onnipresente. È una tecnica nota, che mira a far apparire una posizione come maggioritaria o inevitabile.
Tuttavia, la democrazia non si misura in decibel.
La qualità di una scelta non dipende da quanto forte venga gridata, ma dalla solidità delle ragioni che la sostengono.
Al contrario, i sostenitori del sì appaiono spesso più defilati, meno inclini alla propaganda urlata e più orientati a un confronto argomentato. Non cercano di occupare ogni spazio, ma di spiegare le proprie ragioni senza trasformare il dibattito in uno scontro permanente.
Questa differenza di tono non è debolezza: può essere, al contrario, la scelta consapevole di non ridurre una decisione importante a una gara di slogan.
Sostenere il no è legittimo, così come lo è sostenere il sì. Il vero dibattito non si impone con l’urlo: si costruisce con argomenti, rispetto e capacità di ascolto.
Piera Messinese






