“Questo, lettore, è un libro sincero”. Queste parole aprono gli Essais (Saggi) di Michel de Montaigne che nella seconda parte del ‘500 decise di mettersi a nudo ed interrogare se stesso per descrivere l’uomo in generale. Il saggio come forma letteraria non era,allora, molto diffuso ma Montaigne lo trovò adeguato al suo scopo, quello di comporre un’opera che non avesse uno schema preciso, che si occupasse di una varietà di argomenti e che non volesse insegnare nulla ma solo descrivere. Per fare tutto ciò, Montaigne usa un tono leggero, molto spesso ironico; gli argomenti trattati sono molti ma ci riportano sempre al tema principale, l’uomo, così come, dopo aver vagato senza meta, torniamo al luogo che ci è familiare.

Il compito che Montaigne si prefigge è quello di descrivere l’uomo partendo da se stesso perché egli ritiene che l’uomo, in ogni tempo, sia stato come quello attuale. La natura dell’uomo è quella di avere per un verso una vita feconda, aperta e in cui gli opposti trovano una conciliazione, per un altro verso l’uomo tende ad avere una visione soggettiva ed interiore delle cose che rivela sensibilità psicologica e capacità di reazione. L’uomo, per il filosofo francese, è un mistero imprevedibile, perciò affascinante e da studiare.

“La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. La più calamitosa e fragile di tutte le creature è l’uomo, e al tempo stesso la più orgogliosa. Essa si sente e si vede qui, in mezzo allo sterco del mondo, attaccata e inchiodata alla peggiore, alla più morta e putrida parte dell’universo, all’ultimo piano della casa e al più lontano dalla volta celeste, insieme agli animali della peggiore condizione, e con l’immaginazione va ponendosi al di sopra del cerchio della luna, e mettendosi il cielo sotto i piedi”. Quindi l’uomo presume di sapere, è orgoglioso del suo essere, ma forse in lui abitano miseria e ignoranza e si domanda: quando mi trastullo con la mia gatta sono io che le concedo il mio tempo o è lei che passa il suo tempo con me? Inoltre gli animali, egli crede, comunicano tra loro e hanno una forma d’intelligenza. Gli studi recenti degli etologi hanno confermato molte delle tesi di Montaigne sugli animali rivelando l’attualità di questo aspetto del suo pensiero.

I Saggi di Montaigne sono pieni di saggezza che egli matura attraverso l’amore e la lettura dei classici greci e latini, rivela infatti adesione allo stoicismo e all’epicureismo quando affronta il tema della morte. La morte è un fatto naturale, naturale conclusione della vita, non dobbiamo, perciò, affrontarla con paura o temendo conseguenze ultramondane ma con serenità e fermezza. Ricorda, Montaigne, che ammirava i contadini che, in occasione di epidemie, si scavavano essi stessi la fossa in cui sarebbero stati sepolti in caso di morte, in questo gesto trovava più saggezza di quanto ne trovasse nei libri dei filosofi.

Il tempo in cui vive Montaigne è quello dei grandi viaggi di esplorazione e ciò che lo colpisce è che si definiscano barbari gli abitanti del Nuovo Mondo. Anche su questo riesce a sorprenderci scrivendo che “ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi”. Ciò significa che il nostro filosofo è contro il pregiudizio etnocentrico e introduce un moderno ” relativismo culturale”, se quei popoli appena conosciuti hanno usi e comportamenti diversi dai nostri, scrive, noi non abbiamo il diritto di giudicarli in base alla nostra morale anche perché non è detto che il nostro modo di vivere sia, oggettivamente migliore del loro.

E’ quindi da apprezzare Montaigne che pur proclamandosi  sinceramente cristiano mantenne un atteggiamento aperto e curioso nei confronti di ogni aspetto della vita e dell’uomo, si sentì debitore nei confronti di filosofie pagane e non tentò mai di assolutizzare il suo pensiero.

Gabriella Colistra

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