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“Tridici cosi”. Le portate della cena di Natale in Calabria…di Francesca Rita Bartoletta

“Tridici cosi “ le tredici portate della Vigilia di Natale in Calabria.

La vigilia del Natale, è una serata speciale per il mondo cristiano, anticipato da un cammino di fede che ha inizio quattro settimane prima del santo Natale, chiamato Avvento , il quale ripercorre il cammino di vita di Giuseppe e Maria, prima della nascita di Gesù.

La festività, evoca il raccoglimento delle famiglie , dove insieme si attende la nascita del redentore e in ogni parte del mondo prendono vita, usanze, riti e tradizioni, che rendono il Natale unico e ricco di mistero.

L’atmosfera che si crea nelle famiglie , favorisce la commozione e prese di coscienza, che a volte segnano delle svolte significative nella vita delle persone mentre altre, durano da Natale a Santo Stefano.

Comunque sia è una notte magica, dove il valore della famiglia unita, è sentito in modo particolare, e si prega, affinché il signore tenga in salute tutti. Nella notte magica , dove tutto è possibile, ogni dettagli che fa parte della tradizione viene rispettato.

Si narra che, gli animali la notte di natale sono dotati della parola e chi li possiede si guarda bene a lasciarli digiuni, perché se affamati ,potrebbero maledire il padrone. Non sia mai! E’ la notte dove, dalle fontane esce olio e dove le donne anziane tramandano antichi segreti, alle più giovani.

E’ la notte dei miracoli.

Lo scambio di auguri e dei doni dopo la mezza notte è un elemento comune in Italia, ma quello che differisce è proprio la vigilia.

Nelle regioni del Nord ad esempio si dà più rilievo al Natale, mentre nel Sud Italia, la Vigilia è molto sentita e tante sono le curiosità e modi di fare che ruotano intorno a questo giorno e alcune, ci indicano la via della solidarietà, oggi in parte in disuso. Molte di queste tradizioni col tempo si sono perse a causa dello spopolamento che il fenomeno dell’emigrazione ha prodotto al Sud dopo l’unità d’Italia, poiché non ha consentito il ricambio generazionale, che avrebbe favorito il prosieguo della nostra ricca storia.

Ma mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno, pensando ai nostri corregionali, che hanno esportato in altri luoghi la nostra cultura e la tradizione gastronomica. Solidarietà sentita, manifestata attraverso azioni concrete, dove la sventura che colpiva una famiglia era condivisa dalla persone che abitavano nella stessa “ Ruga” (Via).

In Calabria, l’uso di mettere la padella sul fuoco per friggere, era simbolo di allegria e festa, cosa che non succedeva nelle famiglie colpite da lutti. Era il vicinato che provvedeva ,affinché alla famiglia non mancasse nulla. Fra le donne, era consuetudine scambiarsi tutto quello che in casa si preparava, soprattutto i dolci, di solito erano i bambini che trasportavano ceste colmi di ogni ben di Dio.

Lo stesso succedeva per il lievito madre, usato per l’impasto del pane, quello in eccesso, veniva distribuito per non farlo perdere, e così passava da una donna all’altra, come una sacra reliquia. Le preparazioni dei dolci richiedeva tempo e per non intralciare il giorno della vigilia, venivano confezionati anzi tempo.

Miele, fichi, noci, mandorle, cioccolato, spezie, scorzette di arance, uva sultanina, vino cotto, davano vita a svariate prelibatezze, difficile dimenticarli una volta assaggiate.

Ogni dolce celava un piccolo segreto, un significato, una leggenda il più delle volte connessa alla religione cristiana, come ad esempio la leggenda che lega le crocette dei fichi secchi, a Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù, in fuga dall’Egitto, per sottrarsi dalla strage degli innocenti, voluta da Erode.

La famiglia trovò riparo sotto un albero di fico, e tra i suoi rami , lasciati crescere per volontà dell’albero, per proteggere la Sacra famiglia.

L’albero di fichi fu benedetto da Maria, e per questo motivo non vi è appezzamento di terra o giardino in cui l’albero non è presente. Questo episodio diede inizio alla tradizione della preparazione dei fichi essiccati d’estate, imbottiti con o noci e scorzette di mandarino e confezionati a forma di croce, per essere consumati a Natale, in ricordo dello scampato pericolo di Gesù.

“Tridici cosi”…tredici portate.

Molti si chiedono il motivo delle tredici portate, che caratterizza la cena della vigilia in Calabria, e pare che la spiegazione risiede nel numero dei 12 apostoli, e Gesù, che sommati fa 13. Nell’immaginario collettivo è risaputo che il numero 13 non porta bene, specialmente quando lo si è a tavola, forse perchè ricorda Giuda che tradisce Gesù.
Allora perché dare importanza a questo numero ambiguo proprio la sera della vigilia di Natale?.

Da alcune letture ho potuto notare , che il numero 13 ha una duplice valenza e significato, e può essere inteso sia in senso negativo che positivo e va interpretato metaforicamente.

Esso rappresenta la rottura dell’armonia, instabilità e incertezze prendono il sopravvento, e tutto quello che è reale e bello, viene distorto dalla negatività in cui l’essere cade e cede la sua volontà, fino a sentirsi perso. Un cambiamento drastico dove l’uomo riprenda le redini della sua vita, morire da se stessi e rinascere a nuova vita.. non è forse auspicabile, che ciò avvenga proprio la notte di Natale?

Sicuramente non tradirebbe il significato del Natale. Abbandonare le tenebre per iniziare un cammino di luce, quale momento migliore.

Mi pare comprensibile, quando allo scoccare della mezza notte, per darci gli auguri usiamo la rituale formula che dice: ti auguro pace e serenità, perché senza la pace interiore l’uomo si trova in balia delle onde, un eterno vagare senza approdo sicuro e il suo equilibrio precario potrebbe compromettere la qualità della sua vita…

E comprendo pure il perché, l’uomo nel corso della storia, nella sua semplicità di pensiero, ha cercato di trovare il modo di allontanare dalla sua vita il pericolo della sfortuna, ripetendo gesti e modi di fare che col tempo sono diventate tradizioni.

Oggi forse, rispettarle, può sembrare irrazionale e ridicolo, ma cosa c’è di male a ripetere riti augurali e lasciarsi coinvolgere dal fascino della magia, del resto come si dice: Non è vero, ma ci credo.
L’origine delle portate provengono dalla tradizione contadina, piatti semplici e poveri, ma non per questo meno buoni. Regola principale era e rimane, quella di astenersi dal consumo della carne, per questo si prediligono le verdure di stagione e il pescato dei nostri mari, in prevalenza il pesce azzurro.

I piatti principali della vigilia rimangono: la pasta con le sarde; o con le acciughe e la mollica; il baccalà, fritto con peperoni e olive nere, o in umido con le patate; (n alcune zone è usato lo stocco preparato in svariati modi); anguille infarinate e fritte oppure in umido; grispelle ripiene con le alici salate o con il tonno, vari tipi di formaggio, noci e fichi secchi, i lupini conditi con sale,

olio e origano; i finocchi e frutta fresca, su alcune tavole non manca l’uva, che è di buon augurio. A concludere la cena sono i dolci natalizi, che cambiano di zona in zona, ne cito qualcuno: Pignolata, crustuli, susumelle, pitrali, torroni, pitta ‘Nchiusa, nacatole, scalille e via di seguito. Questi sono i piatti base della tradizione della Vigilia di Natale calabrese e nonostante la modernità abbia arricchito il menù, tredici sono le portare fra salato e dolce, come dolce è l’attesa della nascita di Gesù.

Francesca Rita Bartoletta

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