Che cosa significa “normalità”? 

Nella vita di tutti i giorni ciascuno di noi usa il linguaggio in modo spontaneo ed immediato senza dare troppo peso al significato di ciascuna parola. “Non sei normale!” quante volte abbiamo pronunciato questa frase per polemizzare con qualcuno. Le parole diventano etichette che si incollano in modo indelebile alle persone…

La cosa curiosa è che per quanto riguarda Socrate – il filosofo per eccellenza, di cui tutti conoscono almeno il nome e qualche aneddoto – sia i giudizi dei suoi avversari più irriducibili sia quelli dei suoi discepoli e più ferventi ammiratori convergono nell’affermare che Socrate non fosse normale!

Che cos’è “normale”? È ciò che è nella norma, ossia che rispetta certi parametri che un determinato gruppo di persone stabiliscono siano quelli corretti.

Prima di assumere un valore morale, la normalità è un concetto statistico. Facciamo un esempio facile facile: se in un’associazione di volontariato si stabilisce che alle manifestazioni bisogna andare vestiti con una maglietta verde e se su 50 iscritti due si presentano con la maglietta gialla, questi due non sono “normali” appunto  perché deviano dagli standard stabiliti.

Il concetto di normalità in senso assoluto non esiste, è sempre relativo al gruppo e al contesto sociale di riferimento.

Torniamo a Socrate:  in che senso egli non è normale rispetto ai criteri valutativi dei suoi concittadini ateniesi? 

E se poi allarghiamo l’orizzonte fino ai nostri giorni, oggi potremo dire che Socrate è “normale”?

Prima considerazione: Socrate era davvero brutto!!! Aveva il naso grande e schiacciato  (camuso) e gli occhi sporgenti; non avrebbe certo vinto un concorso di bellezza!

Ecco il primo motivo della sua anormalità:  Socrate non rispetta i criteri di armonia e bellezza fisica e questo per i Greci e gli Ateniesi in particolare non è un fatto trascurabile perché per loro c’è un collegamento diretto e necessario tra ciò che è bello e ciò che è buono. Estetica e morale coincidono perché si fondano sul concetto di proporzione, misura, ordine.

Il bello è il riflesso visibile dell’ordine interiore.

Pensate alle sculture greche e questo ragionamento sarà chiaro in maniera plastica. Soprattutto nel Meridione – antica Magna Grecia – questa equivalenza tra ciò che è bello e ciò che è buono è ancora fortemente presente nelle espressioni del linguaggio comune.  Quante volte si dice “mi mangio un bel piatto di pasta”. A rigore bisognerebbe dire “buono”. Quando pensiamo o ci rappresentiamo gli extra-terrestri invasori, essi sono sempre più brutti di noi. E così nei film generalmente i cattivi sono più brutti dei buoni; i bambini piccoli spesso dicono “brutto!” per significare “cattivo!” E gli esempi si possono moltiplicare…

Dunque, secondo questa visione,  se Socrate è brutto significa che è cattivo….

Ma egli spende tutta la sua vita a compiere ed insegnare il bene e moltissimi giovani lo seguiranno e lo ameranno.

Per i suoi accusatori la sua bruttezza era il segnale della sua malvagità,  ma poiché il suo comportamento era sotto gli occhi di tutti e smentiva clamorosamente questa equazione,  occorre chiedersi: da dove deriva il fascino e il carisma che rendevano Socrate irresistibile? Il modo migliore per risolvere la questione è seguire la descrizione che Platone fa del suo maestro per bocca di Alcibiade, all’interno del dialogo filosofico “Il Simposio”:

«[Socrate] assomiglia moltissimo a quei Sileni, messi in mostra nelle botteghe degli scultori, che quando vengono aperti in due rivelano di contenere dentro immagini di dèi».

I Sileni erano personaggi della mitologia con il naso schiacciato, gli occhi sporgenti e una grande pancia. Le statuette dei Sileni racchiudevano però un grande tesoro: le immagini delle divinità.

È una metafora che descrive in modo efficacie la reazione che dovevano provare i giovani Ateniesi (abitutati ai loro canoni di bellezza e armonia fisica) al primo contatto con Socrate: una sorta di inquieta repulsione mista ad attrazione per quest’uomo in apparenza brutto e insignificante per il suo aspetto fisico. Ma Socrate, a chi non si fermava alla prima impressione, rivelava un tesoro inestimabile: costringendo i suoi interlocutori a prendere le distanze dalle apparenze fiisiche li introduceva nella dimensione più autentica dell’uomo: la sua anima.

Socrate è più bello di tutti gli altri Ateniesi perché la sua anima segue la giustizia.

E l’essenza dell’uomo consiste nella sua anima, ossia la sua coscienza spirituale e morale. Giovanni Reale, uno dei più grandi esperti di Socrate, riteneva questa la più grande “scoperta” del filosofo ateniese:

«il brutto Socrate ha svolto un ruolo determinante nella complessa operazione della dissoluzione della bellezza esteriore, tanto venerata dai Greci ed ha tracciato in modo definitivo la strada che porta alla comprensione e alla fruizione della bellezza interiore».

Dunque Socrate non era normale per i suoi contemporanei e la sua non normalità rispetto ai criteri di bellezza fisica e bontà morale è dunque rivoluzionaria ed introduce nel dibattito filosofico un elemento che diventerà un patrimonio culturale dell’ Occidente:  se l’essenza dell’uomo non è il suo corpo,  bensì la sua anima,  la bellezza corporea (pur da non disprezzare  da sola non basta (anche perché col tempo sfiorisce ).

La vera bellezza è quella interiore, spirituale, l’unica che dura per sempre.

CONTINUA …

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