Sono senese da sempre.

Nata cresciuta e ‘studiata’ in questa città alla quale sono legata da un pensiero mai uguale, mai oltraggioso.

Ne amo l’arte, la cucina, le persone, i luoghi, le tradizioni.

Negli ultimi tempi mi concedo delle passeggiate da turista.

Questo è il mese di settembre, le giornate sono più corte, il tramonto arriva prima. Sono uscita da lavoro quando la luce solare era già rossastra e mi sono sorpresa del colore della mia città. Un colore che emana dai mattoni in cotto e dalla pietra serena.

Cotto e pietra serena,
rosso e grigio,
qualche spruzzata di verde
si insinua nelle fessure delle pietre
che lastricano le vie.

Nel cammino che mi porta verso la macchina, posteggiata ad una certa distanza dal centro così ho la scusa di passeggiare, attraverso piazza Duomo per sfiorare la Cattedrale ed inoltrarmi in viuzze strette di potente pendenza.

Scelgo una strada che non percorro da molto tempo, rifletto sulla velocità della vita che sovente ti porta a bruciare attimi importanti.

Questa sera però devo rallentare,
sono in anticipo per un appuntamento.

Scendo piano e gusto lo scorcio che mi si presenta davanti agli occhi.

E’ la Basilica di San Domenico che svetta in alta sopra di me e in basso Fontebranda, merlata con gli archi acuti che ne denotano l’origine medievale. Siamo nella Contrada dell’Oca dove un tempo aveva dimora Santa Caterina, patrona d’Italia insieme a San Francesco d’Assisi.

Mi soffermo e ammiro i ragazzini dinanzi alla Fonte che provano le loro bandiere. Sono sbalordita del movimento languido della seta colorata. So che fino a quando la temperatura lo permetterà, nelle piazze della città sarà facile trovare questo tipo di spettacolo. Un turista orientale è inginocchiato davanti a loro per scattare delle foto mi chiedo cosa possa pensare, non sa che quello che a lui appare pittoresco, per un senese è senso di appartenenza: la contrada, il rione, la Festa.

Così è chiamato il Palio, la Festa.

Per chi non lo conosce è una ‘semplice’ corsa di cavalli che viene messa in scena due volte l’anno, per molti solo una manifestazione incivile e cruenta, in realtà è un cuore pulsante che distribuisce linfa vitale alla città per l’intero anno.

Riprendo il cammino per avvicinarmi alla Fonte, mi siedo da una parte ad aspettare la persona con la quale ho appuntamento. Guardo le persone affacciate sulle tre vasche: cappellini e zaini, scarpe comode, anche loro sono turisti. Sfiorano lievi l’acqua.

«Mamma mia quanto è fresca»

E’ una signora sui quaranta, dall’accento milanese che parla rivolgendosi al suo compagno. L’uomo la guarda, sorride, le scatta una foto dopo averla fatta sedere sul bordo della vasca.

«Secondo te da dove viene l’acqua» le domanda «Avranno delle sorgenti, oppure delle cisterne?»

La signora apre la guida turistica che ha in mano «Fontebranda riceve l’acqua dai Bottini» corruccia la fronte, irrigidisce un po’ il corpo, nel leggere la parola Bottini, sicuramente pensa a delle fogne. Sfoglia ancora la guida «I Bottini sono una rete di acquedotti sotterranei, che alimentano ancora oggi, le Fonti storiche della città» si rilassa rassicurata: non sono acque putride.

A distanza sorrido. La mia mente corre veloce alla rete di cunicoli che, per 25 chilometri, si dipanano  nel sottosuolo e che per secoli hanno consentito a Siena di raccogliere e distribuire alla popolazione l’acqua piovana raccolta per infiltrazione.

Sono ancora assorta quando vedo arrivare la persona che sto aspettando. Lascio i miei pensieri e la saluto. Sono contenta di questo appuntamento. L’uomo davanti a me è una bella persona… e quando, nella vita, se ne incontra una è bene apprezzarla fino in fondo.

Lucia Simona Pacchierotti

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