L’accettazione da parte degli altri è uno dei bisogni primari dell’essere umano, indicata anche dallo psicologo Abraham Maslow nella sua celebre “piramide” con riferimento al senso di appartenenza ad un gruppo o un contesto sociale.

Per alcuni individui tuttavia il bisogno di accettazione diventa tanto difficile quanto indispensabile. Da un lato questi individui sentono di essere in qualche modo respinti dagli altri, fanno fatica a socializzare, a dialogare con persone nuove e a lasciare il segno negli altri, e ciò crea in loro un profondo dolore e una cocente frustrazione che li spinge a chiedersi il motivo di queste difficoltà relazionali. Si chiedono se c’è qualcosa di sbagliato in loro, e cosa potrebbero cambiare nel loro modo di essere per poter essere finalmente accettati dagli altri.

Ma chi sono questi individui?

Leggendo queste prime righe qualcuno si sarà già riconosciuto in questa breve descrizione, che appartiene a quel tipo di persone che Carl Gustav Jung definiva “introverse”.

Il lavoro del celebre psicologo svizzero fu principalmente orientato ad identificare i ” tipi psicologici” entro cui poter classificare gli individui. Analizzando i vari aspetti della psiche umana Jung era giunto ad identificare ben 16 tipi psicologici, che a loro volta possono essere suddivisi in due macro aree: gli introversi e gli estroversi.

In questa sede non spiegheremo quali sono i 16 tipi junghiani perché non pertinenti al tema che si vuole affrontare, ma ci sofferemeremo sulla principale suddivisione tra gli individui, entrata tra l’altro prepotentemente nel linguaggio collettivo.

Cosa si intende per “estroverso?”

Estro-verso. Ovvero verso l’esterno, colui che rivolge la propria attività psichica principalmente al di fuori di sé. È l’individuo che ama l’azione, lo sport, stare in mezzo a tante persone, parlare piuttosto che ascoltare, agire piuttosto che riflettere. 

Gli estroversi rappresentano la maggioranza delle persone, come testimoniato anche da ciò che è preponderante in termini di valori  all’interno della nostra società, che sembra dare maggiore risalto all’esteriorità.

Al contrario gli introversi sono invece una minoranza e sono coloro che rivolgono la loro attività psichica verso il loro mondo interiore (intro-verso, ovvero verso l’interno), sono gli individui che amano la solitudine e l’introspezione, ad una serata in discoteca preferiscono un buon libro e una tazza di tè, preferiscono la compagnia di poche persone piuttosto che trovarsi in mezzo ad una folla, sanno ascoltare piuttosto che parlare. Sono i timidi, i sensibili, gli introspettivi.

Premesso che queste due categorie non sono a “compartimenti stagni” e sicuramente ciascuno di noi può ritrovare aspetti del proprio carattere che appartengono di più all’estroverso o all’introverso, bisogna però anche dire che possiamo senz’altro identificare in noi la “funzione preminente”.

E se siamo introversi, sicuramente attraverseremo delle fasi della vita in cui ci sentiamo pervasi dallo sconforto, crederemo che nessuno ci capisca, che siamo strani, disadattati, perché non ci piace ciò che  gli altri apprezzano e hanno fatto proprio.

Quando attraversiamo certi momenti e ci verrebbe voglia di rinnegare e maledire la propria natura, ricordiamoci però anche dei doni connessi alla carattestica dell’introversione. Come abbiamo detto gli introversi sono sensibili e sanno ascoltare e questi due elementi, messi insieme, rappresentano doti non comuni in questo mondo sempre più spietato e dai ritmi serrati, per cui le qualità portate dall’introverso diventano sempre più importanti. Nel “mare magnum” rappresentato dalla vacuità e dall’insensibilità, gli introversi rappresenteranno sempre una sicurezza a cui tornare per trovare accoglienza e disponibilità.

Un altro dono per l’introverso è quello della “creatività“. L’introverso é mediamente più creativo, si appassiona alla musica, alla scrittura, al disegno. Senza gli introversi non avremmo avuto Dostoevskij, Pollock, Bob Dylan, ma anche Einstein, Leonardo, e tutti quelli che hanno avuto il coraggio di guardarsi dentro per pescare delle gemme all’interno del proprio animo, attraverso cui, talvolta, fare la Storia, e guadagnarsi l’eternità.

Ricordiamocelo sempre, così da accettarci ed amarci per ciò che siamo. Riconoscendo il nostro valore e la nostra bellezza. Unica e irripetibile.

Arsenio Siani

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Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

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