Roma, caldo pomeriggio di fine primavera.

Il giardino degli aranci appare come un eden indisturbato, senza ombra di meli e di occasioni di perdizione, luogo per riflessioni profonde e di riconciliazione con i dissidi latenti, scenario di realtà ancestrali e di paradisiache interazioni. È quasi come se fossimo retrocessi, all’improvviso e senza ragioni plausibili, in seno agli albori di una remota umanità.

Da quassù riesco ad ammirare gran parte della capitale.

Il sole sta mormorando sull’eternità degli eventi e sulle mie più recondite contraddizioni. Ho persino fatto la pace con un’ inguaribile irrequietezza: sono finalmente a casa!

” Che meraviglia, non ti pare?”

Una suadente voce femminile mi distoglie dai piacevoli pensieri che incalzano.

Mi accingo ad indirizzare lo sguardo verso la direzione della sua provenienza , nel tentativo di conoscere il volto della mia potenziale interlocutrice.

Smarrisco ogni traccia di spavalda disinvoltura, nell’immensità abbagliante d’un bellissimo paio d’ occhioni  scuri.

Il timore reverenziale mi frena e redarguisce il mio naturale ed istintivo entusiasmo innato.

Riconosco immediatamente e senza esitazione alcuna, nell’altera immagine di donna elegante, la meravigliosa ed intensa ” Mia Martini”.

Non riesco a proferire uno straccio di parola. Ho di certo sorriso nervosamente ed in maniera impacciata, tentando, con esiti del tutto blandi, di celare un vistoso e maldestro imbarazzo.

“Svegliati, Cris!” Suggerisco a me stessa. “Quand’è che ti ricapita?”

Mi avvicino con profondo rispetto:

” Sì, ha proprio ragione. Tutto questo è una vera meraviglia. Ma la cosa veramente straordinaria che mi sia capitata quest’oggi è il fatto di avere incontrato lei”.

Mia mi guarda con estrema  dolcezza: “mi piacerebbe che ci dessimo del tu. Come ti chiami?”

” Mi chiamo Cristina, sono siciliana, ma nutro un’immensa passione per questa città. Perdona il mio fare oltremodo impacciato, ma è assolutamente desueto che io mi confronti con un vero idolo“.

Mia seguita a conferire con me con molta naturalezza. Siamo sedute vicine, su una panchina che ha il colore degli smeraldi. Sovrastiamo piacevolmente un panorama mozzafiato, ne stiamo godendo all’unisono.

Ho la sensazione di essere stata letteralmente investita dai bagliori avvolgenti del suo animo gentile ed entro quasi in contatto profondo con un’ondata incontenibile di alchimie rassicuranti.

” Mia, cosa pensi veramente dell’amore? Ho sempre percepito una palese quanto sofferta conflittualità nei testi delle tue canzoni , nonché nelle relative  interpretazioni delle stesse.

Vorresti narrarmi le tue verità?

La mia compagna d’eccellenza abbassa lo sguardo repentinamente ed accenna un amaro abbozzo di sorriso. Poi, col suo caratteristico  tono di voce, pacato e leggermente roco, seguita serenamente  a raccontarmi:

” Vedi, mia cara, l’amore è un viaggio verso l’ignoto. Ti innamori irragionevolmente e a dispetto di qualsiasi  volontà, relegando la fragilità del tuo cuore ai margini della comprensione.

Non lo conosci, non sai chi lui sia né da dove venga. E ‘solamente un estraneo in mezzo ad una calca immane di un sacco d’altra gente.

Eppure gli appartieni senza riserve, prima ancora che nascesse lui e che esistessi finanche tu.

Può fare talmente male da spaccarti le costole con un solo respiro avverso, ma può anche salvarti da te stessa e dalla più bieca delle esistenze, da una di quelle vite che fa costantemente a pugni con un male inspiegabile, con un angusto e logorante  delirio che non tace mai.

Io ho conosciuto quell’amore che non lascia spazio ad interpretazioni di sorta. Ho conosciuto il tutto ed il niente del sentimento, la luce dei suoi giorni ed il buio delle sue notti. Ho conosciuto la dipendenza da qualcuno e il sollievo per l’allontanamento. Ho conosciuto l’attenzione e l’indifferenza, l’esasperazione e la pazienza, il dolore e l’allegria, la magia e l’asperrimo declino. Ho conosciuto Ivano Fossati.

Ed aveva ragione lui quando scrisse che “Non finisce mica il cielo” se un amore arriva al capolinea, sebbene entrambi sapessimo benissimo che, in realtà, da quel giorno sarà evidentemente meno terso. La mia verità sull’amore  rispecchia gli anni vissuti a ridosso dei  travagli condivisi con l’unico uomo che mi abbia fatta sentire viva, fino al giorno in cui mi spense l’entusiasmo, in seguito ad un fulminante e laconico e addio.”

Non riesco a distogliere nemmeno per un attimo l’attenzione da quella successione di parole melodiose.

Mia parla proprio come canta: non si può smettere di ascoltare, né tanto meno d’apprezzare.

Il sole sta per tramontare sulla nostra conversazione.

C’è tanta gente intorno a noi ma quasi nessuno si cura della presenza della Martini.

A Roma non è desueto imbattersi in personalità di grande fama, tutti quanti si sono ampiamente  abituati.

E allora rido di me stessa. Penso che sono proprio una ragazza “di paese”, una di quelle che sgrana gli occhi di fronte ai personaggi noti.

La grande Mia, ad ogni modo, ha sempre e comunque occupato un posto d’onore  nella cerchia delle mie preferenze.

Sarebbe stato impossibile, per me, non cogliere l’occasione per interagire affabilmente.

La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato.

Si congeda con  un abbraccio affettuoso, elargendo una carezza soave sul mio viso. Lo fa con  affetto materno.

La guardo con indicibile ammirazione, mentre si allontana lungo quel vialetto costeggiato da alberi pieni di arance, vestita tutta di nero ma attorniata da un’aura chiarissima di positivi influssi.

Vacilla leggermente: è la stessa Mimì che mi travolge quanto canta “Minuetto”, capolavoro discografico di un sensibilissimo quanto tormentato Califano, nell’esatto frammento in cui intona, con un filo di anelata speranza, una delle frasi più nostalgiche e significative dell’intero pezzo :“e cammino sulla stessa scia, sempre ubriaca di malinconia”.

All’improvviso mi sovviene una canzone dell’immenso  Renato : “ho perso te, potevi amarti di più. Ho perso te, dovevi vincere tu… dov’è Mimì?

Mi rendo conto che qualcosa sta sfuggendo alle mie reali percezioni .

Ma io voglio credere a qualsiasi costo che proprio tutto, invece, stia funzionando alla perfezione e che, come afferma lo stesso Renato ad un certo punto di quella  canzone…

” La morte si sbaglia”.

Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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