All’inizio del periodo di quarantena forzata, siamo stati tutti d’accordo che fosse necessario fare un sacrificio per la salute degli altri e per la nostra sicurezza.
Ci siamo quindi dati da fare per passare piacevolmente e costruttivamente il tempo che era ormai tutto a nostra disposizione.
E’ stato un fiorire di cucine e di ricette, di riciclo di oggetti e di risparmio di cibo, di ricami e uncinetto, di tutorial di ogni tipo e tante buone intenzioni.
Abbiamo dato ascolto ai filosofi saggi, quelli che con i loro consigli leniscono l’anima e allontanano le pene. Dovunque, sui social, Seneca:<<Tu mi chiedi cosa tu debba ritenere da evitare in modo speciale: la folla>>; o Epicuro che invita l’uomo a cercare:<<La salute del corpo e la tranquillità dell’anima, dal momento che questo è il fine della vita beata>>; o Montaigne:<<Io espongo una vita umile e senza splendore, ma è lo stesso […] ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione>>.
Tutti a dirci che la lentezza è bella, la solitudine un lusso e che la quiete aiuta il dialogo con se stessi e rende migliori. Abbiamo pensato che un tramonto e un cielo stellato riempissero di meraviglia e stupore il nostro animo, molto più di quanto possa fare una sosta al bar con gli amici.
Sembravamo convinti che niente più sarebbe stato come prima: non avremmo inquinato, avremmo avuto rispetto per gli altri e per le loro opinioni.
Avevamo capito che eravamo tutti fragili, tutti nella stessa barca e sapevamo che la malattia che aveva colpito alcuni avrebbe potuto colpire anche noi.
I reati sono diminuiti quasi a farci pensare che anche i malandrini si fossero pentiti del loro precedente comportamento e volessero cambiare vita. Sembrava che si ponessero veramente le basi per un futuro migliore ed una nuova solidarietà.
Sembrava…appunto!
Con la stanchezza e la monotonia della situazione che ha colto un po’ tutti, appena qualche spiraglio ha rotto il nostro isolamento, abbiamo dimostrato di essere quelli che siamo sempre stati.
Qualche giorno fa, una giovane donna, Silvia Romano, tornata da una lunga e sicuramente dolorosa prigionia ha dovuto sopportare insulti e minacce solo perché si è convertita ad una religione non gradita a qualcuno.
Si è favoleggiato sulla prigionia, arrivando a balorde conclusioni.
Ma sappiamo noi cosa significhi essere privati della libertà per 18 mesi?
Essere in mano a criminali che da un momento all’altro potrebbero ucciderti?
Tutto questo clamore perché Silvia Romano è una donna, come è donna la giornalista presa in giro per i capelli disordinati, non freschi di messa in piega.
Ma la quarantena non ci aveva reso solidali e comprensivi?
Le donne continuano ad essere bersaglio preferito di chi le vorrebbe a casa, magari a lavorare all’uncinetto o a preparare pranzetti succulenti, possibilmente con i capelli in ordine.
Risuonano oggi le stesse parole udite in altri tempi e rivolte a Carola Rackete, colpevole di avere salvato disperati in mare, o a Liliana Segre che osava raccontare la sua dolorosa vicenda umana perché l’orrore da lei conosciuto non si ripetesse più.
Invece di salutare con favore il tentativo di sconfiggere il caporalato e dare dignità a poveri lavoratori agricoli che svolgono i lavori pesanti che gli italiani non vogliono più fare, gridiamo come un tempo: “prima gli italiani“!
È proprio vero quanto scriveva Umberto Eco, in un suo libro:<<Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria>> “Il cimitero di Praga“.
Siamo tornati ad essere gli incivili che lasciano per terra, in strada, guanti e mascherine dopo averli usati, con nessuna cura dell’igiene e dell’ambiente, e ci incontriamo, ci ritroviamo e non rispettiamo regole di buon senso e necessarie.
Sui social sono tornati i tuttologi che pur non sapendo niente di medicina si permettono di esprimere pareri su contagi e cure, criticano e giudicano l’operato di altri più esperti.
Anche i politici hanno ripreso le solite roboanti dichiarazioni a favore di telecamera e Seneca, Epicuro e compagnia non abitano più qui, i pensieri sono diventati tristi e le loro parole non consolano più.
La nostra calamità, per dirla con Montaigne, è dentro di noi che siamo le creature più fragili e nello stesso tempo le più orgogliose.
Meglio il nichilismo, la malattia del mondo moderno che ci mostra la crisi di valori e di ideali e si manifesta con un desiderio di fuga dalla realtà.
Meglio lo spirito critico di Nietzsche, mai domo, dissacratore, consapevole dell’irrazionalità dell’esistenza piena di cose problematiche e terribili.
Ancor meglio la lezione di Heidegger che ci pone di fronte alla nostra vita inautentica, ci fa notare quanto siano vuote le nostre chiacchiere, quanto anneghiamo nella curiosità e quanto la nostra cura delle cose diventi la caduta dell’uomo sul piano delle cose del mondo.
Stancamente andiamo verso la riapertura, attrezzati di guanti, mascherine e metro, sapendo che non sarà come prima, ma temiamo, dai primi segnali che arrivano, che non sarà meglio di prima.
Tra l’ottimismo dei saggi e il pessimismo dei nichilisti, mi affido a parole senza tempo:
<<Orbene! Che cos’è la vita dell’uomo, se non una commedia, in cui ognuno va coperto d’una maschera sua particolare e ognuno recita la sua parte, sinché il regista lo allontana dalla scena? Sempre il regista affida al medesimo attore il compito ora di mettersi addosso la porpora regale e ora gli stracci di un miserabile schiavo. Dunque sul palcoscenico tutto è posticcio, ma la commedia della vita non si svolge in un modo diverso>>.
Erasmo, Elogio della Pazzia, 1509
Gabriella Colistra
