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“Romualda la noce testona”

Una noce testona e la ricerca della felicità.

Nel paese Ubentu, che si trova tra il mar Allegro e i monti Pica, Poca, Paca, nella Nazione di Frettolonia, viveva una noce dal nome Romualda la testona. Chiamata così non perché avesse una grande testa!
I suoi paesani, la chiamavano così perché era particolarmente Testarda, più di un sacco di noci messe insieme, più di mille tori del paese Alchimatar, più di mille principesse del Paese Regno Antico e molto probabilmente più di te mia piccola lettrice.
La Signorina Noce Testona, frequentava il primo corso della scuola del paese, le piaceva giocare, le piaceva suonare, le piaceva dipingere, le piaceva ballare, una cosa però le arrovellava in quella testolina di noce, la ricerca della felicità.
La felicità era il suo pensiero fisso. Non vi era un giorno di sol crescente e una notte di luna calante che lei non passasse nel parlare, fare, ricercare, trovare la felicità.
Lo diceva a mamma e papà, lo diceva agli amici, lo ripeteva ai suoi giochi, lo ripeteva a scuola ai suoi maestri. “Io devo trovare la felicità”.
A nulla, valevano le rassicurazioni dei grandi, a nulla valevano gli ammonimenti dei grandi, a nulla valevano le promesse dei grandi.
Per quanto si sforzasse l’ idea della felicità e della sua ricerca, la rendevano maledettamente triste, tanto che Romualda non poteva fare a meno di isolarsi di rabbuiarsi, o di finire in camera sua.
La Mamma le ripeteva :” Figlia mia, la felicità sono due o più noci messe insieme, una noce sola non fa’ rumore ma se metti due o più di noi insieme vedi che bel suono, ognuno aiuta l’ altro ed è felice di aiutare”.
Il Papà le ripeteva:” Figlia mia, la felicità è star bene, ballare quando si vuole ballare, mangiare quando si vuol mangiare, vedere il sol crescente o ammirare la luna calante”.
I compagni e gli amici le ripetevano:” Romualda, la felicità siamo noi che ti vogliamo bene, la felicità siamo noi quando giochiamo, quando ridiamo, quando ti abbracciamo”.
Il Maestro Serione le ripeteva: “ Romualda testona, la felicità è studiare, andare bene a scuola, imparare ogni giorno nuove cose, conoscere il mondo”.
A Romualda, di certo questo non bastava, era Testona, ad una Testona testarda Testolina non bastavano di certo Quattro frasi.
Allora un giorno decise di andare a trovare questa felicità, invece di presentarsi a scuola, decise una mattina di percorrere il sentiero che conduceva al monte Poca.
Nel cammino al sentiero, la vegetazione della valle appariva dapprima rigogliosa, poi stranamente, spoglia, infine del tutto assente, era molto affaticata non aveva portato tanto cibo con sé e non si sentiva affatto né serena né gioiosa e non vedeva alcuna felicità. Salendo in cima, il suo paese le appariva piccolo, piccolo, e lei era molto stanca.
Bevendo l’ ultimo goccio d’acqua si addormentò.
Intanto al paese tutti avevano dato l’ allarme.
Romualda era sparita!
“Le guardie ci vogliono, le guardie per cercarla giorno e notte.” dissero i gendarmi.
I Genitori in lacrime, gli amici disperati, il Maestro Serioso affranto, persino i pupazzi di camera sua erano completamente tristi.
Il giorno dopo Romualda sul monte Poca si era svegliata di buon ora, ancora infreddolita, affamata e stanca, decise di dirigersi sul monte Pica, il monte Pica, era un monte a forma di bastone, largo a valle stretto in cima, decisamente con un po’ di vegetazione in più ma era cibo amaro, le bacche disgusbise erano assolutamente dolcissime, le more rupantine erano piccantissime, le piante amarsise erano di un aspro in bocca spaventoso.
Eppure lo stomaco brontolava, doveva mangiare qualcosa, e nonostante tutto lo fece.
Mentre camminava nella prima ora della luna calante della sera ecco che si posa sulla sua spalla un piccolo uccellino, cinguettante, non diceva nulla, cinguettava e le faceva compagnia. Romualda non più sola per lo meno aveva qualcuno con cui parlare, (era una gran chiacchierona), ed il fatto di star da sola non le piaceva per niente e non la rendeva assolutamente serena.
“Piccolo Uccellino, sto andando a cercare la felicità” gli ripeteva.
Il Monte Pica per dormirci era molto scomodo, era stretto in cima e Romualda dovette rannicchiarsi, lei che nel suo lettone matto dormiva larga, larga ora stava stretta, stretta.
Il Monte Paca, nel terzo giorno era assolutamente spaventoso.
Scuro di giorno, buio col sole, alberi fitti fitti, rumori di bestie non note e soprattutto la minaccia degli ullulupali, animali metà lupi e metà uccelli, non attaccavano le noci ma si diceva sostenessero la teoria degli schiaccianoci ossia che le noci vanno schiacciate.
Romualda, però era Testona, e mentre le guardie raggiungevano Pica e Poca, lei sul Paca si avventurava, l’ uccellino però aveva paura e decise di lasciarla, Romualda era triste, altro che felicità :”i miei amici non mi avrebbero mai lasciata sola” pensava, iniziando a singhiozzare impaurita.
Nel mezzo della selva del monte Paca, iniziava ad udire qualche ululato degli ullulupali, decise di correre a più non posso, questo attirò la loro attenzione e si trovò davanti ben tre ullulupali inferociti pronti a stritolarla.
Tutta tremante di spavento con il volto di noce sudato e ansimante di paura, prese la decisione, di rotolare, tra le loro zampe di lupo, e di farsi più grossa per evitare le fauci da schiaccianoci, riuscì a seminarli ma era stremata, dormì tra le siepi, nella notte più buia della sua vita senza nessuno, sola con il suo coraggio, e senza aver trovato la felicità.
E venne il tempo del quarto giorno.
La notte perdeva le sue forze, e il sole crescente arrivava, Romualda vedeva finalmente in lontananza il mare Allegro.
Era strana la sensazione, a differenza delle montagne si sentiva sollevata, serena, senza paura, questa distesa di azzurro chiaro la rassicurava.
Si mise in cammino.
Frattanto nel paese, tutti si erano messi in ricerca con le guardie, e decisero di evitare il monte Paca per giungere al Mar Allegro.
I genitori erano disperati, gli amici disperati, tutti erano disperati.
Tutti.
Sebbene nel cammino, Romualda vedeva il mare vicino, dal nome Allegro, avvertiva una profonda nostalgia di casa, di amici, di scuola,.di tutto, le mancavano le coccole di mamma, le favole alla sera di papà, il bacio sulla fronte del maestro Serioso dopo un dieci, le capriole di Gianfoni suo caro e buffo amico, le chiacchiere di Carabella sua confidente e amica.
Per quanto il Mare era di nome Allegro ed era bellissimo e vasto lei non aveva né trovato la felicità né visto la felicità.
Ma ecco in lontananza le voci di Mamma e Papà, il rumore dei cavalli delle guardie e gli schiamazzi degli amici, li vedeva erano lì per lei, eccoli.
Romualda sorrise, era felice, era quella la felicità sicuramente, e forse verso di loro, per baci coccole e abbracci.
Il Mare allegro allora abbozzò un sorriso.
La felicità abitava lì, in quel abbraccio, in quell’ amore.
Poggiato di nuovo sulla spalla un nuovo uccellino, disse all’ orecchio di Romualda ciò :” La felicità è ciò che vive in noi, ciò che vive nell’ amore di genitori, e amici, ciò che vive nelle piccole cose quotidiane, ho ammirato la tua tenacia e il tuo coraggio, anche questa è felicità, felicità di essere sé stessi con pregi e difetti, di voler la verità Senza dimenticarsi di quanto siamo fortunati di tutte le piccole cose del giorno, per le quali dovremmo rendere già grazie, la felicità sei tu, non esiste fuori abita in te stessa, la felicità è tutto ciò che hai, gli occhi di chi ti vuole bene, di chi ti ama sono la felicità, danzare è felicità, il potere andare a scuola, i tuoi amici, le piccole cose sono le grandi cose della vita”. Le diede un bacio e volò nel cielo azzurro, azzurro, azzurro, con un sole giallo, giallo, giallo.

Simona Bagnato

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