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Tra Due Tremori… il Mondo nasce in Ritardo

                                                      Poesia di Kareem Abdullah – Iraq

                     بين رعشتين… يولد العالم مؤجَّلًا

كلاهما ينتظر. ليس لأن الزمن بطيء، بل لأن القلب أسرع من قدرته على الاحتمال.

في أصابعهما ترتعش شرارةٌ خفيّة، نارٌ صغيرة تتدرّب على الاسم، وتخشى إن نُطِقَ أن يحترق العالم دفعةً واحدة.

هي تنتظر كرمه، كرم المعنى حين يفيض ولا يسأل. وهو ينتظر رحمتها، رحمةً تعرف أن الضعف أحيانًا هو أصدق أشكال القوّة.

بينهما مسافة ليست في الجغرافيا، بل في الذاكرة. حربٌ ضروس لا تُسمَع مدافعها، ولا تُرى خرائطها، لكنّها تُتقن تأجيل الخطوة الأولى.

كلٌّ منهما يحمل في صدره رايةً بيضاء، ويخفيها خوفًا من أن تُفهم استسلامًا، لا حبًّا.

الأرض تحت أقدامهما تعرف السرّ، تسمع دقّات القلبين كزلزالين صغيرين يرفضان الالتقاء، فتؤجَّل الولادة، ويؤجَّل الضوء.

اللغة بينهما واقفة على حافة الفم، كطائرٍ يعرف الطريق ولا يجرؤ على الطيران. الكلمات مشحونة، لكن الصمت أكثر بلاغة وأشدُّ فتكًا.

كلّ حربٍ كبرى بدأت هكذا: انتظارٌ طويل، خوفٌ من العطاء، وسوءُ فهمٍ يرتدي درع الكبرياء.

لو مدَّ أحدهما يده، لانهارت المتاريس كألعابٍ ورقيّة، ولو ابتسمتْ هي أولًا، لتذكّر هو أن الرحمة لا تهزم الكرم، بل تنقذه.

لكنّهما ينتظران. والكون، ذلك العجوز الحكيم، يبتسم في صمت ويؤجّل المعجزة، لأن اللقاء الذي يولد بلا شجاعة لا يستحقّ الخلود.

وفي لحظةٍ ما، حين تتعب الحرب من نفسها، وتنسى لماذا اشتعلت، تسقط الرعشتان معًا، كندى الفجر، ويكتشف الاثنان أن البدء لم يكن يحتاج أكثر من قلبٍ تجرّأ أن يكون أوّلًا.

 

Kareem Abdullah è un poeta e pittore iracheno che esplorare l’umanità, la  compassione, la  resilienza e i paesaggi interiori dell’anima. La sua poesia  crea ponti tra culture e lingue, riflettendo un profondo impegno verso l’empatia, la tolleranza e i valori universali.

Attraverso le sue parole genera dialogo, guarigione e una comprensione condivisa che possa oltrepassare ogni confine.

Traduzione italiana

Tra due Tremori… il Mondo Nasce in Ritardo

Entrambi aspettano. Non perché il tempo sia lento,

ma perché il cuore supera ciò che può sopportare.

Nelle loro dita palpita una scintilla segreta,

una fiamma minuscola che prova il suo nome,

timorosa che, se parla, il mondo bruci in un solo respiro.

Lei attende la sua generosità,

la generosità di senso che trabocca senza chiedere.

Lui attende la sua misericordia,

una misericordia che sa come la debolezza possa a volte essere la forma più pura di

forza.

Tra loro, c’è una distanza non di geografia,

ma di memoria…

Una guerra feroce, non udita da cannoni, non vista da mappe,

ma perfezionata nell’arte di ritardare il primo passo.

Ciascuno tiene una bandiera bianca dentro il proprio petto,

nascosta, per paura che venga letta come resa, non come amore.

La terra sotto di loro conosce il segreto,

sente l’urto dei cuori come piccoli terremoti che rifiutano d’incontrarsi

così la nascita è ritardata, così la luce è rimandata.

La lingua si libra sul bordo delle loro labbra,

come un uccello che conosce la via, eppure non osa volare.

Le parole sono cariche, ma il silenzio parla più forte,

più eloquente, più letale.

Ogni grande guerra è cominciata così:

una lunga attesa, una paura di donare,

e un fraintendimento ammantato dell’armatura dell’orgoglio.

Se uno si fosse proteso, le barricate sarebbero crollate come torri di carta,

se lei avesse sorriso per prima, lui avrebbe ricordato: la misericordia non sconfigge la

generosità…la salva.

Ma aspettano. E il cosmo, quell’anima saggia e antica, sorride in silenzio,

ritardando il miracolo,

perché un incontro nato senza coraggio non è degno dell’eternità.

E poi, in un qualche momento, quando la guerra si stanca di se stessa e dimentica

perché è cominciata,

I due tremori cadono insieme come la rugiada dell’alba,

e scoprono che per cominciare era bastato

un cuore abbastanza coraggioso da osare per primo.

La poesia ci dice che tra due persone che potrebbero amarsi, il mondo nasce in ritardo. Nasce in ritardo perché il cuore, fragile, ha paura di sé stesso.

Hanno entrambi una bandiera bianca da mostrare – un desiderio di pace, di incontro ma la tengono nascosta nel petto, terrorizzati all’idea che quel gesto di resa possa essere scambiato per debolezza, invece che riconosciuto come l’unico, coraggioso atto d’amore.

Aspettano.

Lui una sua generosità, lei una sua misericordia. E mentre aspettano, la distanza si cementa. Non è una distanza di spazio, ma di memoria, di orgoglio, di narrazioni interne che costruiscono muri.

È una “guerra feroce, non udita da cannoni”. Eppure, è una guerra perfetta nella sua capacità di distruggere tutto, semplicemente ritardando il primo passo, la prima parola, il primo sorriso. Il silenzio, qui, diventa più eloquente e più letale di qualsiasi parola sbagliata.

Ora, se allarghiamo questo stesso, identico meccanismo dal microcosmo di due cuori al macrocosmo della storia umana, vediamo accadere l’inevitabile tragedia. Quella stessa attesa sospesa, quel medesimo orgoglio che indossa l’armatura, quella bandiera bianca (che nel linguaggio dei popoli si chiama diplomazia, dialogo, gesto umanitario)  nascosta per paura di mostrare una crepa nella propria facciata di forza… tutto questo, moltiplicato per milioni di cuori e per le strutture di potere, non costruisce più un amore mancato.

Costruisce un campo di battaglia vero.

È lo stesso identico codice emotivo: la diffidenza che si scambia per prudenza, la memoria dei torti passati (reali o presunti) che diventa l’unica storia raccontata, la paura di essere il primo a cedere un centimetro, interpretato come l’inizio della fine. E così, tra stati, etnie, fazioni, si comincia quella che la poesia chiama “una lunga attesa, una paura di donare”.

Nessuno dona più nulla, se non minacce. Il dialogo muore sul bordo delle labbra dei leader, come quella parola non detta tra i due amanti. Le parole, quando arrivano, sono solo “cariche”, pronte a esplodere. Il silenzio tra le nazioni diventa un silenzio di ostilità, anch’esso “eloquente e mortale”.

Ed è qui che la previsione della poesia diventa profezia storica : “Ogni grande guerra è cominciata così”.

Non con un eroismo, ma con un fallimento.

Il fallimento del coraggio di essere vulnerabili, il fallimento dell’immaginazione di cercare una via d’uscita insieme. Si vince la battaglia dell’orgoglio, e si perde tutto il resto. Perché in queste guerre, come tu dici, non ci sono vincitori né vinti.

Vince solo la logica della prepotenza, che è una forza stupida e distruttiva,  e ciò che lascia sul campo sono solo “morte e atrocità”.

È la distruzione pura. Il mondo che poteva nascere – fatto di convivenza, scambio, pace – viene tragicamente e violentemente “posticipato” ancora, forse per generazioni.

La speranza, però, risiede nell’altro capo della profezia della poesia. La guerra, a un certo punto, “si stanca di se stessa e dimentica perché è cominciata”.

Anche le guerre più assurde, a un certo punto, logorano gli animi. È il momento in cui l’orrore accumulato supera la retorica dell’orgoglio. E lì, forse, si può scoprire che per ricominciare è bastato sempre, da sempre, quello stesso gesto che due amanti timorosi non osavano fare: “un cuore abbastanza coraggioso da osare per primo”.

Un cuore collettivo, un leader,  un popolo che ha il coraggio di mostrare per primo quella bandiera bianca, non come resa alla prepotenza, ma come invito a una umanità condivisa.

Un gesto che non garantisce nulla, ma che è l’unico in grado di rompere l’incantesimo letale del sospetto reciproco.

​La poesia, in definitiva, ci offre una lente potentissima: che sia tra due anime o tra due popoli, il meccanismo che porta alla distruzione è umanissimo, ed è lo stesso.

E così deve essere il meccanismo che porta alla pace: un atto di coraggio che disarma l’orgoglio, un tremore che invece di ritirarsi, avanza e si incontra con l’altro. Prima che la terra tremi davvero, per sempre, sotto il peso delle bombe.

Letizia Caiazzo

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