Racconto da brividi

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Era un pomeriggio come tanti altri, l’aria era addolcita dalla primavera inoltrata, così, senza una ragione ben precisa, decisi fare visita ai miei defunti. Era come se qualcosa mi chiamasse o forse qualcuno, aveva bisogna di una mia visita. Dopo aver acquistato un mazzo di fiori variopinti, parcheggiai l’auto e a passi veloci, varcai il grande cancello del cimitero di Vibo. Non c’era praticamente nessuno e mi godevo il canto degli uccelli, appollaiati sui cipressi. Camminavo tranquillamente e attraversando il lungo viale, mi diressi vero la tomba di mio padre e dove è sepolta anche la mia sorellina, deceduta prima che io nascessi ma che ho imparato a conoscere attraverso i racconti di mia madre e le poche foto scattate. Nata nel 1955 e morta nel 1958, chi conosce quel periodo sa perfettamente che non c’era l’abitudine sfrenata alla foto, come facciamo oggi. Bene, torniamo al mio percorso. Sembrava quasi la favola di Cappuccetto Rosso, perché cammina cammina, dovevo stare attenta al lupo cattivo. Ma non ho mai avuto alcun timore, le persone che ho amato, come non mi hanno fatto del male da vivi, non lo farebbero certo adesso! Eccomi davanti alla grande croce centrale, che ogni volta mi fa pensare al Cardinale che ne piantò una simile in piazza Majo, nel 1799.  È piantata dentro un’aiuola, dove molte persone, amano piantare fiori o inserire oggetti sacri, in memoria di chi una tomba purtroppo, non ce l’ha. Finalmente arrivata al cospetto di mio papà, alzai lo sguardo verso i suoi occhi e iniziai a parlare con lui, come se fosse lì e potesse ascoltare le mie parole e i miei sentimenti nei suoi confronti. Un bacetto a quel visetto rubicondo e come al solito, andai in giro tra le vecchie tombe, curiosando all’interno di cappelle abbandonate, per scoprire vecchie storie e lasciare un fiore a chi non riceve più visite da nessuno. I poveri defunti dimenticati! Questa mia abitudine, di girovagare tra i lotti e antiche storie, mi ha portate a conoscere il Camposanto a menadito. È come aver conosciuto tutti, tutti ricevono un mio saluto e un sorriso. Purtroppo, abituata a fare i miei giri di mattina e mai di pomeriggio, non mi resi conto del tempo che passava, si era fatto buio e non avevo sentito la sirena che annunciava la chiusura dei cancelli. Decisi comunque di avviarmi verso l’uscita ma ahimè, il cancello era chiuso. Non importava, il cimitero è grande e ci sono molte altre uscite. Intorno a me era buio, a rischiarare il mio cammino c’erano le fiammelle scoppiettanti dei lumini e le timide lampade elettriche. Nessun problema, conoscendo la strada, ero certa del fatto che avrei trovato almeno un’uscita aperta. Aspettativa delusa, nessun cancello era stato dimenticato aperto dal ligio custode. La luna era piena e gli angeli di marmo, allungavano le loro ali verso di me. Vi giuro che non avevo alcuna paura, cercavo di uscire solo perché la mia famiglia, non vedendomi rientrare, sarebbe stata in pena. Lo so cosa state pensando ma non esistevano ancora i cellulari. A questo punto, l’unica cosa da fare, era attendere le prime luci dell’alba. Seduta su un gradino di marmo (e di marmo lì ce n’è parecchio), vidi un’ombra che si avvicinava, strabuzzai gli occhi: era la mia amica Mirella!! Che sorpresa! Anche lei era rimasta chiusa dentro e siccome giravamo in zone diverse, non ci eravamo incontrate prima. Vabbè, meglio no? Almeno avremmo atteso il nuovo giorno, chiacchierando e ridendo. Abbiamo anche litigato, così come si fa tra sorelle, con quei dolci battibecchi carichi di affetto… piano piano la notte si illuminò, ormai mancava davvero poco all’arrivo del custode e al rientro a casa. Se almeno avessimo avuto la possibilità di bere un caffè. ah, un buon caffè… mi sembrava quasi di sentirne il profumo!

Profumo profumo, così forte, così buono, così desiderato tanto che, aprii gli occhi e trovai davanti a me, mia madre in ciabatte e con la tazzina in mano.

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