Quer brutto pasticciaccio di via Dei Ciclamini a Rimini

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La scarcerazione di Luiss Dassilva riporta con forza al centro del dibattito un tema che tocca la coscienza di tutti: quanto vale davvero il ragionevole dubbio quando la vita di una persona è sospesa tra libertà e colpa.

Nel caso dell’omicidio di Pierina Paganelli, suocera della sua amante Manuela Bianchi, le indagini hanno scavato nelle pieghe di una storia familiare tormentata, fatta di tensioni, sospetti e silenzi.

Ma, nonostante tutto questo, non è emersa una sola prova diretta che colleghi Da Silva al delitto. Solo ombre, ipotesi, frammenti. E le ombre, da sole, non possono diventare catene. Il principio del ragionevole dubbio non è un cavillo da giuristi: è la barriera che protegge ogni cittadino dall’arbitrio, dall’errore, dalla tentazione di trovare un colpevole a tutti i costi.

È la voce che ricorda che la giustizia non può essere guidata dalla paura, né dall’urgenza di placare l’opinione pubblica. Quando mancano prove solide, quando la scienza non parla, quando le testimonianze non convergono, la legge ci chiede una cosa semplice e difficilissima: fermarci. Il ricordo del caso Garlasco pesa ancora come un monito. Anni di processi, di errori, di verità ribaltate.

Una vicenda che ha mostrato quanto sia fragile la linea che separa la giustizia dall’ingiustizia quando si costruisce un’accusa su sabbie mobili. Oggi i magistrati lo sanno: una condanna affrettata può distruggere una vita, e non c’è rimedio che possa davvero restituire ciò che è stato tolto. L’omicidio di Pierina Paganelli è un dolore che attraversa una comunità intera.

Una donna è stata uccisa, una famiglia è stata spezzata, e la sete di verità è comprensibile, umana, inevitabile. Ma la verità non nasce dalla fretta, né dalla necessità di trovare un volto da additare. La verità ha bisogno di luce, non di scorciatoie. Finché non emergono prove concrete, riscontri tecnici, una ricostruzione limpida e coerente, ogni imputato resta e deve restare non colpevole.

La scarcerazione di Dassilva non è un’assoluzione, ma è un richiamo potente: la libertà personale è sacra, e non può essere sacrificata sull’altare delle ipotesi. È un messaggio che ci riguarda tutti, perché tutti potremmo un giorno trovarci dall’altra parte di quel vetro. Questa vicenda mette a nudo anche una fragilità collettiva: la nostra tendenza a cercare subito un colpevole, a voler chiudere il cerchio per placare l’ansia, per sentirci al sicuro.

Ma la giustizia non può seguire l’emotività. Meglio un’indagine più lunga, più dolorosa, più complessa, che una condanna sbagliata. Meglio aspettare la verità che costruirne una di comodo.Perché la giustizia, quella vera, non è la caccia a un colpevole.

È la ricerca ostinata, paziente, coraggiosa della verità.

Angela Amendola

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