Il Cinema è Cannes e Cannes è il cinema. E alla fine di ogni Festival di Cannes resta sempre qualcosa di più dei soli premi: un clima, un’immagine del mondo. L’edizione 2026, la 79ª della storia del festival, lascia soprattutto la sensazione di un cinema attraversato dalla frattura. Famiglie divise, nazioni in guerra, identità in conflitto, memorie che ritornano. La Croisette ha premiato opere che guardano alle crepe del presente senza fornire risposte.
Festival de Cannes – International film festival for more than 78 years
La Palma d’Oro assegnata a Fjord di Cristian Mungiu è il segnale più evidente. Il regista rumeno, già vincitore nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, costruisce un dramma ambientato in Norvegia dove una famiglia di evangelici romeni si scontra con le istituzioni e con l’idea di integrazione. Non è soltanto un film sull’immigrazione: è una riflessione sull’integralismo, sulle ideologie e sull’incapacità di oggi di riconoscere l’altro. La giuria presieduta da Park Chan-wook ha premiato un’opera complessa.
Anche il Grand Prix a Minotaur di Andrej Zvyagintsev conferma la centralità della guerra e delle sue conseguenze. Il film intreccia il dramma domestico con l’ombra del conflitto ucraino, mostrando come la violenza storica penetri nelle relazioni private.
Tra i titoli più discussi, La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi e Fatherland di Paweł Pawlikowski, premiati ex aequo per la regia. Entrambi, film poteni e disturbanti, hanno affrontato in modi opposti il tema dell’identità europea. Il primo attraverso una sensibilità queer e una rilettura della memoria storica; il secondo con l’ eleganza in bianco e nero del regista polacco. Entrambi interrogano il passato per comprendere un presente incerto e un futuro da temere.
Persino i premi agli attori raccontano paure moderne. Coward e All of a Sudden hanno ricevuto riconoscimenti interpretativi condivisi, segno di un festival attratto dai personaggi scomodi non eroi, ma individui fragili .
Quel che resta di Cannes 2026, allora, non è soltanto la vittoria di Mungiu. È l’idea che il cinema d’autore stia tornando a confrontarsi con la storia. In un’epoca dominata dall’accelerazione la Croisette ha premiato film che chiedono invece tempo, dubbio e complessità.
