“Fai rumore”.

Eh sì, non esistono dubbi di sorta!

Non si tratta solo ed esclusivamente del titolo di un brano musicale.

Poiché il cantautore Antonio Diodato, trentotto anni, di origini pugliesi, con la sua penna raffinata e magicamente intrisa di sobrietà e d’eleganza, di rumore ne ha fatto davvero parecchio.

E non solo perché, nell’ambito di una kermesse canora caratterizzata da grandi record, si è aggiudicato sia il premio della critica “Mia Martini” (assegnato dalla sala stampa roof del teatro Ariston) che il premio “Lucio Dalla” (assegnato dalla stampa radio – TV – web del Palafiori) ma soprattutto per il fatto che, questo giovane uomo dal volto pulito e dal sorriso rassicurante, la settantesima edizione del Festival di Sanremo l’ha vinta davvero!

Ha portato (quasi) tutto a casa con sé, tra il suono incessante e perentorio degli interminabili e calorosissimi applausi (provenienti da una platea visibilmente entusiasta e concitata) e i tanti ed unanimi attestati di incontrastata approvazione.

La musica di “Fai rumore” è stata scritta da Diodato, in stretta collaborazione con Edwyn Roberts, che ha firmato numerose hit di grande successo per moltissimi interpreti.

La fine di un amore, il conseguente smarrimento e l’insorgenza di un’incomunicabilità che divide e che divora.

Il delicato testo del brano di Diodato pone all’attenzione di chi ascolta la descrizione degli inquieti tentativi di proseguire il percorso di vita come meglio si riesca a fare, in seguito agli effetti nefasti di un tristissimo ed irrimediabile addio.

I silenzi si interpongono inesorabilmente tra il sentimento d’amore non ancora assopito ed un forte rammarico che trascina alla deriva.

È necessario reagire, cercando di evitare persino di recarsi in prossimità di tutti quei luoghi che possano destare ricordi.

Ma il seguitare ad aggirarsi ramingo, vicino le zone che rivangano i migliori vissuti, si rivela quasi un impulso istintivo ed imprescindibile, un irrinunciabile atto di spontaneità che non contempla la possibilità di accantonare definitivamente le rimembranze.

“Che mi ritrovo negli stessi posti, proprio quei posti che dovevo evitare, e faccio finta di non ricordare, e faccio finta di dimenticare”.

Ed in seno ad un singolare quanto geniale paradosso, prende forma la madre di tutte le significazioni, quella su cui viene edificato il senso reale e preponderante dell’intero brano: il silenzio fa un gran rumore.

È assordante, indiscreto, si impone con forza e con estrema tenacia.

È intriso degli occhi di una lei che si agita a ridosso delle meningi, di una donna che farà giammai il suo esordio sul palcoscenico dell’oblio, di un amore che costa molto caro ma che produce, a suo modo, un frastuono dolcissimo e rassicurante.

Il domani, sempre e comunque, finisce per rappresentare il più spietato ed enigmatico dei nemici: nessuno può arrogarsi il diritto di preventivare ritorni o di ipotizzare prolungate situazioni di stallo.

Se delle pennellate di futuro sono state impresse a priori dall’imprevedibile destino, non è di certo un fatto umano poter attingere alla conoscenza di sfumatura alcuna.

Nessuno verrà mai a conoscenza, preventivamente, dell’evoluzione o dell’involuzione degli accadimenti.

E allora non si può far altro che affidarsi alla speranza che almeno il “rumore” dei ricordi continui ad imperare con austerità, che non scelga d’abbandonare facilmente i labirintici nascondigli della mente e che i silenzi non abbiano la meglio sul valore smisurato di tutto ciò che di più bello è avvenuto tra due anime che hanno conosciuto l’impeto della passione .

Sono tante le unanimi supposizioni che riguardano la reale identità dell’ipotetica destinataria del brano.

Personalmente, all’interno di questo articolo, non scriverò il nome della donna.

La mia è una scelta dettata da un senso di rispetto profondo nei confronti di un artista dotato di grande sensibilità, qual è appunto Antonio Diodato che, in seguito a delle domande incalzanti  che gli sono state poste in merito, non si è mai lasciato andare in esplicite ed indiscrete conferme, mantenendo un riserbo tipico di una signorilità d’altri tempi.

In fondo, a che vale sapere?

Sarebbe certamente proficuo, di contro, che ciascuno di noi facesse i conti con i rumori che si agitano nella testa, cercando di estrapolare dai propri vissuti quegli importanti spunti di riflessione che ci aiutino a comprendere meglio chi siamo e chi siamo stati.

Auguriamoci soprattutto di salvarci, per quanto le circostanze lo consentano, dal lento ed insidioso logorio dei silenzi.

Parlatevi di più…

Che la vita è un frammento troppo breve d’eternità per essere relegato ai margini delle vane incomprensioni.

“E fai rumore, sì, che non lo posso sopportare questo silenzio innaturale, tra me e te”.

Meritatissima vittoria… ed ecco ora il brano di Antonio Diodato!

                   Maria Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

2 Commenti

  1. Bellissima critica che per chi come me non ha seguito il festival di Sanremo edizione 2020, ha la consapevolezza, grazie ai sui articoli, di avere perso uno spettacolo unico e irripetibile che, secondo la previgente critica, segna un cambiamento epocale sia in termini di conduzione, interessi e spettacolo nonché in termini di qualità. Mi complimento con Lei cara poetessa Cristina Adragna, che è stata bravissima a scrivere questa interessante lettura critica di un brano certamente meritevole e pluripremiato.

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