La banalità del male.

Con queste semplici quattro parole Hannah Arendt sintetizzò, mezzo secolo fa, ciò che era stata l’esperienza nazionalsocialista in Germania ed in Europa, che aveva portato un intero continente e il mondo intero verso la catastrofe. Seguendo il processo ad Adolf Eichmann, uno dei gerarchi nazisti rifugiatisi in Sud America ed in seguito individuato e arrestato dal Mossad, i servizi segreti israeliani, la politologa di origine ebraica riuscì a risalire all’origine delle cause di un movimento diventato emblema del male. Desta sconcerto ancora oggi il fatto che un folle sia riuscito a piegare alla sua volontà un intero popolo, abbagliato da promesse sul loro destino e da discorsi deliranti circa la purezza della razza e il rischio sionista, che minacciava la stabilità del continente europeo. Adolf Hitler ebbe il controllo sulle menti ed ebbe in pugno le vite di milioni di persone appartenenti a varie nazioni.

La Arendt, nel suo memoriale sul processo, giunse alla conclusione che ciò fu possibile per vari motivi, fra cui

l’assenza di radici, la mancanza di memoria e la propensione a non riflettere sulle proprie azioni e a non tornare sui propri passi.

Elementi che consentirono a uomini normali, padri di famiglia, mariti onesti e sinceri, grigi e modesti impiegati e burocrati, di trasformarsi in artefici del male.

Un testo quanto mai attuale, che andrebbe rispolverato anche oggi, in particolar modo nelle scuole, dove le giovani menti, ancora non formatesi perfettamente nel loro spirito critico, rischiano di venire influenzati dai “cattivi maestri” di cui sembrano pullulare le nostre istituzioni scolastiche, come nel caso del professore di Fiorenzuola Giancarlo Talamini Bisi, che ha minacciato di bocciare i suoi allievi se avessero preso parte alla manifestazione delle sardine e che nel suo blog si dichiara

“orgogliosamente razzista”.

Come se non  bastasse, questo seme del male si cela anche più in alto nella piramide gerarchica del sistema istruttivo, ovvero negli atenei. È recente la notizia della sospensione, da parte del senato accademico dell’Università di Siena, del professor Emanuele Castrucci, docente di filosofia del diritto, a causa dei suoi post su twitter inneggianti al nazismo e all’antisemitismo.

Chi scrive ha conosciuto personalmente il professor Castrucci in quanto è stato suo allievo all’Università.

Al suo esame presi 30 con lui, e il ricordo che ne ho è quello di una persona discreta, riservata, severa ma giusta. Se studiavi venivi promosso, ed anche con buoni voti, in caso contrario venivi rimandato all’appello successivo.

“Cosa sarà successo?”

mi sono chiesto. Non è possibile che all’epoca già avesse quelle idee. Sono passati tredici anni, un lasso di tempo sufficientemente lungo per far accadere qualcosa capace di minare la stabilità di un uomo e influenzarlo negativamente. Doveva essere così, quell’uomo era cambiato. Mi rifiutavo di credere di aver stretto la mano ad un nazista, di essere stato elogiato da chi ritenesse che Hitler aveva difeso la civiltà europea dalla minaccia sionista. 

E invece ho scoperto con orrore che quelle convinzioni deviate gli appartenevano già da tempo, forse da sempre. Fin dall’inizio della sua carriera gli studi accademici che aveva condotto si erano concentrati prevalentemente su Carl Schmitt, il filosofo e politologo tedesco tra i massimi ideologi del nazismo ed era un grande estimatore di personaggi in qualche modo legati al movimento nazionalsocialista e all’antisemitismo, come il rumeno Codreanu, fondatore della guardia di ferro. 

In un attimo le parole di Hannar Arendt mi sono giunte in tutta la sua fervida potenza, impattando il mio essere con una consapevolezza nuova, amara, per certi versi senza speranza. Mi ricordai di ciò che avevo studiato di filosofia del diritto, a cui mi ero approcciato con atteggiamento critico, credendo che fosse quello lo spirito di quegli scritti e di quelle lezioni. Non era così.

Ed ho compreso che

il male non si insinua semplicemente nei più deboli e manipolabili, a cui basta l’assenza di memoria sul passato per farsi convincere a perpetrare qualsiasi aberrazione, ma trova il suo fondamento e la ragion d’essere in coloro che giustificano ed incoraggiano un pensiero moralmente ripugnante in nome di una convinzione soggettiva a cui cercano di attribuire il valore di verità universale.

Non è necessario avere le corna, i denti aguzzi e la coda a punta per incarnare le qualità del diavolo. Si può essere gentili verso il prossimo, sorridenti, talvolta anche equi ed irreprensibili nello svolgimento delle proprie mansioni, e perpetrare allo stesso tempo quel male che fa parte della natura dell’uomo, di cui è una dimensione inscindibile da tutto il resto. Ognuno ne porta dentro una porzione, tutti abbiamo convinzioni in qualche modo distorte su noi stessi e sul mondo che ci circonda.

Ciò che fa la differenza tra noi e chi si dichiara orgogliosamente razzista o nazista è rappresentato unicamente dalla volontà di rendere pervasivo quel pensiero, così che arrivi agli altri, e passi da una dimensione intima e personale a quella collettiva.

Alimentando quella spirale perversa che di tanto in tanto condanna popoli e nazioni a sopportare sofferenze e barbarie inimmaginabili.

Il rischio è ancora vivo, oggi. Quel male latente può tornare ad espandersi, perché la società é piena di cattivi maestri. Non dimentichiamolo.

Arsenio Siani

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Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

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