E anche quest’anno, quella che poteva essere una possibilità si è trasformata in una ferita.
Una ferita piccola per chi guarda da fuori, enorme per chi la vive sulla pelle ogni giorno.
Sul palco dell’Ariston, nel “momento disabilità”, si è ripetuto lo stesso copione che conosciamo fin troppo bene: sorrisi forzati, parole sbagliate dette con leggerezza, gesti che vorrebbero essere accoglienza e invece diventano distanza.

Una distanza che pesa. Una distanza che stanca.
C’è una stanchezza che non si dice, ma che si sente.
È la stanchezza di chi spera, ogni anno, che qualcosa cambi davvero.
Che qualcuno ascolti, che qualcuno impari, che qualcuno capisca che l’inclusione non è un siparietto, non è un applauso, non è una maglietta stampata.
E invece eccoci di nuovo qui.
Adulti chiamati “ragazzi”, come se crescere non fosse un diritto anche per loro.
Persone definite “speciali”, come se la normalità fosse un privilegio riservato agli altri.
Una maglietta con scritto “sono come te”, che vorrebbe unire e invece divide, perché se c’è bisogno di dirlo significa che non lo crediamo davvero.
Le giustificazioni che fanno più male delle parole…
Poi arrivano le frasi che feriscono più del resto.
“Ma erano contenti”…
Come se la contentezza fosse una scusa.
Come se bastasse un sorriso per cancellare anni di rappresentazioni sbagliate, di sguardi che non vedono davvero.
“Basta polemiche”…
Come se chiedere rispetto fosse un capriccio.
Come se il linguaggio non avesse peso, come se la dignità fosse un dettaglio.
Non sono polemiche, sono battaglie.
Battaglie di chi non vuole essere trattato come un bambino, come un simbolo, come un pretesto per far commuovere il pubblico.
L’inclusione non è uno spettacolo.
L’inclusione vera non ha bisogno di luci, né di palchi, né di slogan.
L’inclusione vera è fatta di ascolto, di attenzione, di parole scelte con cura.
È fatta di presenza, non di rappresentazione.
Di rispetto, non di pietismo.
Di verità, non di scenografia.
L’inclusione vera non è un momento.
È un modo di stare al mondo.
E fa male perché ogni volta sembra di tornare indietro.
Fa male perché chi vive la disabilità non chiede applausi, chiede spazio.
Chiede di essere visto per ciò che è, non per ciò che gli altri vogliono raccontare.
Fa male perché basterebbe così poco per fare meglio.
Basterebbe ascoltare.
Basterebbe chiedere.
Basterebbe smettere di parlare al posto delle persone con disabilità e iniziare a parlare con loro.






