QUALE FUTURO PER GLI ALINARI?

 

Siamo nel lontano 1839 quando Louis Daguerre metterà a punto un procedimento per fissare in positivo un’immagine fotografica su lastra di rame, seguito a breve dall’inglese William Fox Talbot che invece condurrà sperimenti su negativi, badate bene, all’epoca in carta.

Entranbe le ‘scoperte’, di lì a breve rivoluzioneranno tutto il campo della comunicazione visiva, oltre a divenire una nuova forma artistica accessibile a molti. Quando la tecnica era agli esordi, la sua capacità di riproduzione coscienziosa della realtà, le consentì di essere ampiamente utilizzata in campi quali la ritrattistica e la documentazione del patrimonio artistico.

In Italia, a Firenze, dal 1852 svolge il suo lavoro la Fratelli Alinari «la più antica azienda al mondo tutt’ora operante nel campo della fotografia e della comunicazione per immagini» (cit. sito web ‘Alinari dal 1852’). L’attività della società inizia grazie a tre fratelli: Leopoldo che da calcografo nella bottega di Giuseppe Bardi si dedica alla fotografia, trascinando poi gli altri due, Romualdo e Giuseppe che nel 1854 faranno nascere la società Fratelli Alinari. Pensate più di 160 anni di attività, una società testimone dell’Unità d’Italia (perché all’epoca Firenze era ancora la capitale del Granducato di Toscana), della Grande Guerra, della Seconda Guerra Mondiale, della ricostruzione dell’Italia, e poi di avvenimenti storici e mondani di tutto il mondo, ma soprattutto grandi artefici di campagne di documentazione del patrimonio artistico-culturale nazionale e internazionale.

Grazie ad un lungo lavoro, la Fratelli Alinari detiene una collezione con milioni di immagini, 220mila lastre, una biblioteca di 26mila volumi e migliaia di apparecchi fotografici che documentano la storia della fotografia dai suoi albori, da quando gli ‘alchimisti’ fotografi, con la camera oscura e lunghi periodi di esposizione alla luce solare, realizzavano prodotti quali i dagherrotipi, le carte salate, le stampe al carbone, le albumine, le gelatine ai sali di argento utilizzando negativi in carta e vetro. Quando si nascondevano dentro stanze buie affinchè la luce e l’immagine si fermasse sulle carte emulsionate.

Purtroppo, dalla vendita del palazzo sede storica della socità in via Largo Alinari – 15 (già via Nazionale) a Firenze, tutto il suo patrimonio rischia di essere detenuto nei magazzini/caveau della Art Defender a Calenzano per un ‘tempo x’ ed i 22 dipendenti di andare a casa!, anche se le ultime notizie parlano della concessione da parte del Mibac, affinché la Regione Toscana possa acquisire l’intero patrimonio e sistemarne una parte a villa Fabbricotti.

E’ vero, oggi la fotografia è un linguaggio comune a tutti. Chi non scatta fotografie? Chi non le archivia nel proprio smartphone o sulle cartelle virtuali? C’è un nuovo modo di usufruire del ricordo, dell’istante prezioso del viaggio, del volto del figlio, della notizia scoop. Tutto scorre veloce e anche la foto è veloce: un semplice movimento del dito, un click. Tuttavia quanti di noi conoscono la storia di questo linguaggio? Non sarebbe uno sbaglio imperdonabile privare l’Italia della sua memoria per immagini?

 

Lucia Simona Pacchierotti

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Lucia Simona Pacchierotti
Sono nata a Siena dove mi sono laureata in Storia dell'Arte e dove lavoro in un museo cittadino. L'arte, la musica, il cinema, la letteratura, sono le mie passioni insieme a quella per la psicologia e per tutto ciò che genera emozioni. La scrittura è da sempre legata al mio lavoro anche se solo negli ultimi tempi mi sto dedicando ad essa. Coi miei racconti brevi e le mie poesie, ho ricevuto alcune mansioni d'onore e riconoscimenti a vari concorsi anche internazionali. Questo anche grazie ad un corso di Scrittura Creativa tenuto da Arsenio Siani, collaboratore di SCREPmagazine, grazie al quale io stessa sono diventata blogger di questo magazine.

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