Qualcosa di me

176116

La mia casa è una vecchia scatola di cemento e mattoni, piena di oggetti alcuni di valore e altri no.

Tutta roba raccolta negli anni.

Ogni angolo ha la sua storia da raccontare. Ci sono mobili antichi e moderni. Tante bottiglie dalla forma particolare e quadri, puzzle’s costruiti pezzo per pezzo nelle sere d’inverno e altri, dei quali non ricordo neanche la provenienza.

Quando il mio passaggio terreno terminerà, non so dove finiranno queste cose ma in fondo, sono solo oggetti, a cui nel tempo, ho regalato un’anima. Non sono lì solo per riempire uno spazio vuoto.

Vivendo da sola per lunghi periodi dell’anno, ho passato molto tempo nei mercatini milanesi, a caccia del pezzo che riuscisse ad attirare la mia attenzione. La tradizione calabrese vuole che, quando qualcuno ci lascia per passare a miglior vita, i parenti trattengano un qualsiasi oggetto, per conservarne il ricordo.

A Milano non era così. Quando morivano i nonni, liberavano casa, buttando di tutto e gli svuota cantine, ne hanno fatto la loro fortuna e anch’io, che mi sono aggiudicata pezzi che altrimenti sarebbero finiti in discarica, dando loro una nuova vita.

La mia casa è il mio rifugio e vivo male ogni scampanellata, per cui è difficile che qualcun altro possa godere dei miei oggetti. È vero, un giorno passeranno di mano in mano e forse, porteranno con sé, un po’ del mio sangue calabrese.

E sicuramente i miei figli dovranno decidere cosa tenere o lasciare, dilaniando ciò che ho amato di più. Ma devo farmene una ragione, questa è la mia vita, la mia storia, non la loro.

Ritengo essenziale il recupero dei vecchi mobili, perché oltre all’innegabile valore, hanno ancora storie da raccontare. E risvegliano in me, l’arcaico istinto del cacciatore.

Ho tre cucine. Giuro. Ma non è colpa mia, ho tentato dei regalarle complete di elettrodomestici funzionanti ma non le hanno volute, e così, chiamati gli operai, le ho fatte montare. Le tengo, le guardo e mi ricordo della cucina acquistata prima di sposarmi.

L’altra, trasportata da Milano quando ho venduto casa, la terza, l’unica che ha il privilegio di prepararmi i pasti, non ha una storia. L’ho acquistata solo perché ne avevo bisogno. Le altre sono arrivate dopo in questa casa.

Ho due vetrine recuperate dall’ambulatorio di un  medico deceduto da anni. Erano piene di medicinali scaduti da almeno cinquant’anni. Le ho portate a casa, ripulite e ridipinte e riempite di servizi di tazze da caffè antiche, acquistate da un signore che vendeva il corredo di una vecchia zia, mai maritata.

Un armadio in stile liberty, recuperato in maniera fortuita dalla casa di zia Rosina. Era appartenuto al fratello barbiere. Dietro c’era un buco da cui fuoriusciva un fil di ferro che lo ancorava alla parete e sapete perché? Perché lo specchio pesa più dell’armadio e tenere l’anta aperta, lo fa ribaltare in avanti. Adesso è pieno di tanti oggetti, vecchie tende che mi ostino a conservare, lavori all’uncinetto iniziati e mai finiti, una batteria di pentole mai usata che serve da contrappeso.

Lo so che i giovani non sono interessati a queste cose, preferiscono avere il necessario da spolverare in poco tempo, mentre io, devo dividere la casa in settori e piani. Anche il terrazzo è pieno, campeggia il vecchio tavolo in plastica verde, dove non ci ho mai mangiato perché ci ho appoggiato le innumerevoli piante che continuo ad acquistare e a riprodurre.

Forse un giorno, tutte queste piante moriranno di abbandono e i mobili e gli oggetti,saranno svenduti in qualche mercatino, ma voglio pensare che una mano gentile si occuperà di loro, che le mie piante non vengano estirpate per dare spazio ad un divano minimalista. Lo so che questa casa cambierà, è nella natura delle cose.

I miei premi letterari che occupano una parete intera del salotto, finiranno in uno scatolone.

Le minuscole conchiglie raccolte nei pomeriggi d’estate, si spargeranno sul pavimento, per poi venire risucchiate da un potente aspirapolvere. Le minuscole tazzine dalle quali, da bambina bevevo caffè annacquato, chissà che fine faranno?

I miei carillons, suoneranno ancora la stessa nenia o finiranno anche loro in un garage impolverato? E chi può saperlo?

Magari succederà come nei film’s. Tra un centinaio d’anni, qualcuno aprirà un vecchio baule pieno di ragnatele e si siederà sul pavimento a leggere i miei manoscritti, le mie agende piene di appunti e ricordi. Guarderà le foto dei miei capelli lunghissimi mentre abbraccio il cane e sorrido alla vita. E si farà tante domande.

Sì, sono certa che qualcosa resterà di me, nei tempi a venire…

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here