Mai come in questo momento noi ci accorgiamo che l’uomo è una entità sociale. E mai come ora sente la necessità di incontrarsi coi simili per parlare, ridere o scontrarsi amichevolmente. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro e nel pieno dell’emergenza Coronavirus, si presenta, quasi inaspettata, la necessità di fare i conti con il senso di solitudine che molti provano in conseguenza delle misure adottate per il contenimento del virus. D’istinto, quando si è in difficoltà ,si cerca rifugio nella vicinanza e nella condivisione, e invece in questo momento è necessario andare contro il proprio istinto che ci porta a voler stare vicini alle persone a cui si vuole bene. Ora è il momento di una necessaria distanza fisica, che però non significa distanza affettiva. Un metro di distanza da tutti. La prevenzione dal Coronavirus parte da una distanza che tutti devono mantenere gli uni dagli altri e che in queste settimane si è trasformata anche in chilometri perchè chiusi in casa. Una misura fondamentale che evita la pandemia virale ma aumenta la pandemia della solitudine per molti.

Cosa che è successa alla signora Elsa.

La signora Elsa è chiusa a casa da ventotto giorni. Lei vive da sola a Bergamo. Ha perso anche le due amiche con cui passava un po’ di tempo per svago. L’unico momento in cui Elsa vede qualcuno è quando gli lasciano la spesa davanti la porta di casa e poi ore ed re di solitudine. Così, ieri, si è messa al telefono e ha iniziato a fare dei numeri a caso, un pò come facevamo noi da bambini per scherzo. Dopo essere stata respinta in modo gentile un paio di volte ecco che al terzo numero qualcuno le risponde, si ferma a parlare con lei.

«Pronto? Chi parla?».
«Buon pomeriggio, mi scusi, lei non mi conosce e il suo numero l’ho fatto a caso, prendendolo dall’elenco telefonico». Dopo un attimo di silenzio rispondo: «Mi dica», e di là risponde una voce titubante.
«Sono Elsa, di Bergamo, vivo sola e sono chiusa in casa da ventotto giorni, non ho nessuno, con le mie due amiche con cui andavo a fare la spesa prima, ci sentivamo ogni giorno al cellulare. Il mio telefonino è un po’ vecchiotto come me, ma fa ancora il suo dovere. La spesa me la portano una volta a settimana alcuni volontari e me la lasciano fuori dalla porta con un buongiorno e se ne vanno, sono tanto cari. Le mie amiche purtroppo non ci sono più e avevo bisogno di ascoltare qualcuno, perciò mi son detta provo a fare qualche numero, i primi due mi hanno mandato a quel paese, ma in modo gentile. Mi può dire gentilmente con chi sto parlando e chi è che mi sta ascoltando, mi dica anche solo un buon buongiorno». .
«Buon pomeriggio, il mio nome è Franco, e sono chiuso in casa anch’io da quasi quattro settimane con la mia famiglia e siamo in quattro: io, mia moglie, mia figlia e la nostra cagnolina». E così la conversazione continua per mezz’ora raccontando del più e del meno da perfetti sconosciuti.
«Quando vuole Elsa, chiami pure, di qui non usciamo!».

In questo racconto di grande umanità, emerge un bisogno, la solitudine dei nostri anziani che va colmata in ogni modo, quindi non lasciamoli da soli.

Nessun uomo è un’isola
Completo in se stesso
Ogni uomo è parte della terra
Una parte del tutto
Se una zolla è portata via dal mare
L’Europa risulta essere più piccola
Come se fosse un promontorio
Come se fosse una proprietà di amici tuoi
Come se fosse tua
La morte di ciascun uomo mi sminuisce
Perché faccio parte del genere umano
E perciò non chiederti
Per chi suoni la campana
Suona per te

John Donne

Oggi il suono delle campane non è frequente, solo sirene, a centinaia ogni giorno e proprio a Bergamo ma ciò non toglie che quando una campana rintocca ci ricorda che noi non siamo degli individui isolati ma facciamo parte della comunità e tutto questo ci arricchisce e se qualcosa o qualcuno viene meno anche noi ci sentiamo sminuiti come se ci mancasse una parte di noi stessi.
E la campana suona per tutti noi, perché noi viviamo in funzione degli altri, appunto perché noi siamo un tutt’uno col mondo.

Angela Amendola

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