Lo stato dell’arte, oggi, non può prescindere da alcuni meccanismi di produzione, diffusione, visibilità dell’artista e del mercato.

Per non parlare dell’aspetto mediatico-comunicativo che spesso diventa il valore stesso dell’opera, il significato profondo che ne legittima il valore commerciale e la fama.

O, forse, sarebbe meglio invertire la sequenza!

Il tutto si traduce in pochi passaggi atti a rendere un’opera vantaggiosa economicamente, sulla quale lucrare; basta che un artista sia un bravo imprenditore di se stesso, sappia promuoversi e rendersi visibile con tutti i mezzi di massificazione che la rete mette a disposizione.

Così, non esiste più neanche l’opera, in quanto il suo valore artistico viene trasferito al solo atto dell’artista, alla sua intenzione e capacità di vendersi (la prostituzione dell’arte).

Se tutto diventa un’Opera d’Arte: grafiche multisensoriali, realtà virtuale aumentata, rifiuti, performance, assurde installazioni destinate ad autodistruggersi (come i gadget dell’agente segreto 007).

Mi chiedo cosa, in un futuro neanche troppo lontano, avranno da scoprire e conservare gli archeologi e i restauratori-conservatori?

Figure che finiranno recluse in qualche vecchio e polveroso deposito museale dimenticato (fortunatamente) dagli addetti ai lavori del passato.

Inizialmente ci pensò il movimento artistico Dada a dissacrare l’arte, inserendo un qualunque oggetto della vita quotidiana (ruote di bicicletta, orinatoi, ferro da stiro ecc.) nella sala di un museo, decontestualizzandolo per elevarlo ad una nuova dignità “artistica”.

Tutto poteva, potenzialmente, essere opera d’arte; bastava privarla della sua funzione originaria e trasferirla da un ambiente casalingo o ludico ad uno artistico ed il gioco era fatto!

Ma tutto questo era una provocazione! Capire che tutto cambia cambiando i filtri mentali che utilizziamo, è una questione di percezione e riconoscimento di alcuni valori anche là dove non ce ne sono.

Ma con i Dadaisti la provocazione in sé diventa opera d’arte, ne lascia testimonianza e ci induce a riflettere.

Si passa, poi, per la Pop Art, sua diretta figlia, fino all’arte Concettuale in cui l’estetica muore definitivamente insieme al suo creatore.

C’è da capire anche che la nostra società è del tutto particolare, in un’epoca ricca di impulsi, velocissima nell’informazione, accessibile a tutti e con capacità di commercializzazione e spettacolarizzazione di qualunque valore si tratti.

Non è possibile un’evoluzione culturale libera dalle inutili pastoie e mostruose mercificazioni.

Si è venuto a creare un credo estetico vuoto e globalizzato, non solo per l’arte, ma per le stesse persone.

Se, per partecipare ad un concorso artistico, anche di livello internazionale, basta postare le fotografie digitali delle proprie opere online perché siano valutate da una commissione preposta a farlo, o raggiungere un numero elevato di like sui social, di followers  o seguaci (questo termine mi terrorizza), di condivisioni, di post, ecc. ecc. presi dalla frenesia di digitare qualcosa, se basta essere costantemente presenti sulle varie piattaforme di condivisione e, pur volendo, dove lo trovi poi il tempo per creare?

Se basta questo, allora tutto è arte, tutti siamo artisti, e tutto è un bel niente!    

Un’altra cosa solo le espressioni artistiche (danza, musica, teatro, performance, ecc. ecc.) veicolo di cultura e serbatoio di ricchezza e scambio, sempre se gravide di contenuti, competenze, professionalità, sperimentazione.

Ora mi chiedo: possibile che il saper-fare Italiano, la capacità di creare con le mani ed il cuore, che ha reso l’arte italiana amata e riconoscibile in tutto il mondo, non riesca, oggi, ad essere altrettanto grande, vera ed originale?

Tanto da potersi ritagliare uno spazio dignitoso nelle varie manifestazioni artistiche di rilievo organizzate in tutto il mondo?

L’arte è il mezzo “identificativo” del patrimonio culturale, è il valore aggiunto che ci permette d’essere più aperti e disponibili ad accogliere i valori “identificatori” di altre culture ed etnie.

Perché l’arte parla al cuore di tutti con un’unica voce ma usando linguaggi diversi.

Ci si può contaminare e fare proprie le diverse forme di espressione artistica in uno scambio reciproco ma, appunto, identificatore.

La mia Italia spero trovi la strada e i mezzi per essere ancora quello che per l’arte mondiale è sempre stata: un Faro!

 

“ In attesa che si verifichi un così improbabile futuro, accontentiamoci almeno di osservare, e con obbiettività quanto viene prodotto attorno a noi, cercando di individuare quel poco o molto di positivo che il panorama artistico attuale, nonostante tutto, ancora è in grado di offrirci”.

Gillo Dorfles

Settembre 1973

Concetta Villella

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui