Adoro passeggiare di notte, quando la città si svuota e i miei pensieri trovano spazio in ogni anfratto, ogni via o vicolo del luogo che vado esplorando.

Preferisco le esplorazioni in solitaria non perché non ami la compagnia dell’uomo ma sento talvolta la necessità di restare con me stesso.

È in quei frangenti che riesco a cogliere frammenti di me e a cogliere l’essenza di ciò che sono.

Può capitare che il mio animo mi mostri anche ciò che avrebbe potuto essere e allora quelle passeggiate diventano espediente di rimpianto ed amarezza, sempre essenziali però per imparare su sé stessi e sull’ineluttabilità del destino.

Non mi sottraggo mai al confronto col mio Io più profondo, anche quando assume le vesti di un anziano e severo maestro con la barba lunga e gli occhi di brace, pronto a giudicarti e a fare male.

Imparo, resisto e vado avanti.

O almeno ci provo. Il passato è alle spalle, sovente mi tocca guardarmi indietro ad osservarlo e contemplarlo per un po’, ma ritrovo sempre la forza di rivolgere lo sguardo in avanti e riprendere il mio cammino.

“É stata solo una pausa”, mi dico.

Il sentiero mi aspetta e io lo seguo.

Sono in Calabria, a Vibo Valentia per la precisione.

Ritrovo “amici di penna” con cui confrontarmi, incontri di vite e sogni che hanno il sapore di vita vissuta.

Le ore scorrono veloci tra una chiacchiera, una presentazione del libro e nuove conoscenze e scambi di opinioni.

Giunge sera, un invito a cena viene gentilmente declinato, non perché non abbia piacere a restare in compagnia di persone straordinarie i cui incontri saltuari riempiono il mio essere, ma devo darla vinta a quel senso d’inadeguatezza che mi impone di non disturbare, di celare la mia presenza dopo averla esposta per ore, per cui rischierei di risultare invadente e fastidioso.

È così, dandola vinta a quella vocina interiore, che si finisce per trascorrere in disparte una larga fetta della propria esistenza.

Vivi in punta di piedi, senza fare rumore, a volte cercando di dare l’impressione di non esserci nemmeno. Questa la sintesi di ogni affanno, paura e rammarico. Esserci, ma dare la sensazione agli altri di essere assente. Di sparire, ed osservare le vite degli altri da spettatore.

Mi chiedo se in questa condizione arrivi almeno il mio incoraggiamento.

Un amico può percepire il mio sguardo pieno d’affetto se mi mimetizzo nella folla? Può sentire il mio applauso, vedere il mio sorriso, sentire le mie parole di sprono? Non lo so. 

Eppure, vorrei. Mi straccia l’anima questo dissidio interiore che mi porta a sparire ma allo stesso tempo a desiderare di esserci quando c’è bisogno. Una tensione interiore che si acquieta solo mentre scrivo. Sembra che la penna abbia il potere di aiutarmi a perdonare me stesso.

Ceno da solo, un bicchiere di vino, un piatto locale e soprattutto il mio inseparabile taccuino, mio fedele amico di tante avventure in giro per l’Italia ed il mondo.

Mangio, bevo, scrivo. Tengo lo sguardo basso per non incrociare gli sguardi degli altri avventori. Sono solo, esploro il mio mondo interiore. Il calore del luogo scalda le mie membra ma non mi tocca il cuore.

Faccio due passi per Vibo di notte.

La città è deserta, avvolta in un clima surreale di silenzio e quiete.

Sembra che, per un bizzarro scherzo del destino, l’ambiente abbia voluto rispondere al mio bisogno di solitudine facendomi diventare l’unico essere vivente ancora presente nel paese.

Le auto parcheggiate sono l’unico elemento che mi restituisce l’idea di una presenza umana intorno a me.

Le case sono buie, tutti sembrano dormire.

Edifici fatiscenti sorgono accanto ad altri restaurati, che restituiscono un senso di ordine e una parvenza di dignità a quel luogo. Sorgono a macchia di leopardo, oasi felici in mezzo alla decadenza. Segno di lotta, del desiderio di qualcuno di non arrendersi allo scorrere del tempo e alle intemperie portate degli eventi. Sorrido. “Allora non sono solo.”

Quegli edifici mi risultano familiari, li sento dentro, simboli gli uni di un passato che ha lasciato i segni e gli altri di un presente che cerca di rinnovarsi, stabilizzarsi.

In un certo senso Vibo sono io, stanotte.

Ciò che è fuori, è anche dentro. Mi sento a casa. Respiro, sorrido ancora. Mi fermo.

Giungo in uno spiazzo al termine di una strada senza uscita. Guardo all’orizzonte, c’è il mare. Non lo vedo, è troppo buio. Ma lo sento. Nell’aria, sulla mia pelle. Ne sento l’odore, e la sua carezza  sul volto. A qualcuno il mare di notte fa paura. A me fa innamorare.

Delle canne al vento ondeggiano davanti al mio sguardo. Sembrano salutarmi, mentre continuo a proiettare il mio essere verso il mare. Vogliono attirare la mia attenzione, riportarmi alla terra che calpesto, concentrare sguardo, cuore, mente e corpo su quella zolla di terra su cui mi trovo. “Ci vedi? Siamo qui” mi dicono.

“Sono qui” rispondo. Sono qui.

E provo gratitudine per tutto ciò che c’è. Ma anche per chi non c’è stato, per chi non ci sarà. Per i miei inossidabili silenzi, capaci ancora di farmi emozionare, e di ritrovare me stesso in un paese lontano, dove sentirmi, ancora una volta, a casa mia. 

Arsenio Siani

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Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

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