Pino Vitaliano…non sono uno scrittore!

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Perché non sono uno scrittore?

Mi piace scrivere, ma non sono uno scrittore.

Mi piace scrivere, e lo faccio esclusivamente per una forma di catarsi personale. Non sono e non sarò mai uno scrittore, per la semplicissima ragione che non ho i cosiddetti attrezzi del mestiere.

Lo scrittore è un professionista della scrittura e un profondo conoscitore della lingua italiana (a me, mancano esattamente queste due peculiarità: la professionalità dello scrivere e la conoscenza profonda della nostra lingua nazionale).

Ovvio, che lo scrittore deve essere dotato anche – io direi soprattutto – di genio creativo. Conosco troppo bene i miei limiti, perciò posso affermare in tutta onestà di essere un semplice raccontatore.

Il raccontatore non è propriamente uno scrittore.

Anzi, non è affatto uno scrittore.

Il raccontatore è colui che racconta senza dover essere necessariamente uno scrittore.

Mi spiego: se il mio raccontare riesce a coinvolgere solo emotivamente qualche lettore, allora quello che ho scritto avrà raggiunto un grande quanto inaspettato obbiettivo.

E tanto mi basta.

Allo scrittore, questo, evidentemente, non basta, non può bastare. Lo scrittore ha bisogno di un larghissimo consenso, ha bisogno di vendere migliaia di copie dei suoi libri, ha bisogno di partecipare ai premi letterari, ha bisogno della critica favorevole, ha bisogno del riconoscimento degli altri, ha bisogno di essere originale a tutti i costi.

Il raccontatore, al contrario, non ha nessuno di questi bisogni. Non li pensa nemmeno.

Io, in qualità di raccontatore disinteressato, dunque, ho il solo ed unico piacere di raccontare e basta.

Tutto quello che potrebbe venire dopo, onestamente non mi interessa affatto. Scrivo, anzi racconto, praticamente da sempre.

Gran parte dei racconti del mio libro “Il paese dei pazzi”, per esempio, risalgono ai primi anni novanta del secolo scorso.

Alcuni sono addirittura della seconda metà degli anni ottanta.

Parecchi di questi racconti sono stati pubblicati sul mensile PagineBianche tra il 1998 e il 2005 (date di nascita e di chiusura della rivista).

Il mio medioevo, invece, è una selezione di micro-racconti apparsi nella rubrica La Pulce e sempre su PagineBianche.

Si tratta di una vera e propria sfida linguistica, con la quale ho voluto mettere alla prova la mia creatività e la mia forza scritturale.

Ho, infatti, inventato una scrittura espressionista, fortemente onirica, a tratti surreale, che aveva lo scopo esclusivo di nascondere il più possibile i personaggi e i concetti che riportavo nei micro-racconti.

“I ricordi di un ulisside” (il mio primo libro in assoluto) è una raccolta di brevi testi poetici intimisti, molto criptici, ma visibili e chiari a chi ha dimestichezza con la mitologia greca.

Ultimo lavoro della tetralogia, è “Le storie di una puttana che divenne santa”, un romanzo popolare – che io definisco racconto antropologico – di circa centocinquanta pagine, che chiude la breve fase del mio raccontare.

Quattro lavori e tre scritture diverse.

Questo è il gioco che mi ha divertito molto.

Chi legge i quattro libri (Il paese dei pazzi e Le storie di una puttana che divenne santa sono simili nella scrittura) ha la chiara percezione che si tratti di opere di autori diversi.

Ecco, il mio divertissement: scrivere senza rispettare alcuna regola e senza pensare a un pubblico di riferimento.

Per questi motivi, non posso essere considerato uno scrittore, ma solo e soltanto un raccontatore.

Pino Vitaliano

Clicca il link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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