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Nina racconta

Nina scriveva quando poteva e, quando non poteva pensava a quello che avrebbe scritto dopo, una volta tornata a casa.
Quel dopo che senti strisciarti quando non hai più forze o tempo, e Nina scriveva sempre, sempre . E quel pomeriggio lo stava dedicando a leggere ciò che aveva scritto il giorno prima.
La solita tazzina di caffè al bordo del tavolo, qualche voce in lontananza che proveniva da un televisore che lei non guardava. C’era il balcone aperto della cucina, quell’ottobre era ancora caldo.
Nina leggeva.
Provava ad estraniarsi da tutto ciò che era concretamente parte dell’arredamento, perciò non alzava nemmeno lo sguardo mentre sorseggiava il caffè o mentre spostava la tazzina verso di lei.
O almeno ci provava.
E scorreva le righe orizzontali e ripassava con gli occhi le emozioni. E s’accorse così che i suoi ricordi, stranamente erano ambientati quasi sempre di sera, come se i suoi film mentali prendessero una forma notturna, tra i chiari e gli scuri, incisi bene su carta bianca.
Le scappò quasi da sorridere.
Era tardi e Nina aveva freddo, da un bel pó non mangiava come un tempo, evadeva molto di meno e sognava male, si colpevolizzava, si ridicolizzava da sola eppure sentiva che stava perdendo spontaneità e umore.
Ogni tanto benediva tutti quei dettagli che venivano fuori scomposti da chissà dove, da anni e anni addietro, da posti nei quali senza dire niente a nessuno aveva solo preso.
Sì, benediva, perché nel momento in cui li scriveva quei dettagli una soddisfazione e una forma d’amore la facevano quasi sentire salva. Forse perché se li restituiva. Nina era una di quelle donne alle quali puoi chiedere come stanno quante volte vuoi ma non ti risponderanno mai dicendo la verità.
Lo devi sapere, quando tu glielo chiedi.
Perché dire bene significherebbe per loro non meritarselo e dire male le farebbe sentire nella posizione di chi si lamenta, di chi è di peso, senza contare le volte che si sono sentite dire di essere ingrate e di non rendersi conto davvero,di come si sta quando si sta male.
Forse anche per questo,
Nina non amava per niente l’esclusività delle cose e, al contrario, amava la condivisione, l’ascolto e le sfaccettature, le sfumature, le differenze, tutte quelle cose da cogliere e che tendono a distinguere.
E forse per questo,
Nina non amava le posizioni di spicco, in risalto, l’emergere, la discrepanza.
Nina leggeva tutte le sue parole, tutti i suoi concetti, tutte le sue emozioni.
E ci ritrovava tante persone. Ci ritrovava, certo, anche se stessa ma, apparentemente, era forse più facile trovarci le vite altrui.
E di colpo capì perché le era riuscito da sempre di scrivere degli altri e si stranì, in un lampo, si rabbuiò.
Il freddo alle spalle, un senso di vertigine, il tavolo e la cucina e la finestra aperta immortalati come se tutto fosse perfettamente fermo e solo lei, solo lei, fosse a muoversi.
Vertigine.
Nina aveva ancora freddo.
Bevve l’ultimo sorso e sentì i brontolii del suo stomaco, capi di intendere le idee che aveva in testa, lei voleva solo trovare una via d’uscita.
Allora capì il perché di tutte quelle storie. All’improvviso, tra i chiari e gli scuri.
Se scrivo io della gente si disse, qualcuno magari un giorno, scriverà di me.

Angela Amendola

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