“IL RUMORE DEL LUTTO: IL PASSAGGIO ATTRAVERSO LA VITA REALE E LA MORTE VIRTUALE“

“Le nostre anime di notte” – titolo ispirato all’omonimo romanzo di Kent Haruf – è un film con Robert Redford e Jane Fonda che racconta di due persone che, dopo un periodo di condivisione, si sono allontanate ma nutrono ancora un sentimento.

La condivisione dell’unione di coppia, il “lutto della divisione”, l’accettazione della propria identità e l’amore.

Dell’uno nei confronti dell’altro.

Un passaggio vivo nella realtà che, attraverso questo delicato tema sceglie un tramite che si apre dal mondo reale a quello virtuale e che ci fa amare e maledire i social al tempo stesso.

Tralasciando che, oramai, Facebook è il “più grande cimitero virtuale del Mondo”, nella rete lasciamo ogni giorno una miriade di dati personali – e spesso non solo nostri – che fanno dell’universo virtuale uno smisurato crogiolo di “riti di passaggio”.

Educazione alla morte nelle scuole – unitamente a quella civica e digitale – è unna necessità cui arrivare nell’immediato futuro?

Futuro in cui si intravede, tra gli altri eventi, che nel 2054 saremo sostituiti da avatar per ogni nostra incombenza e affare.

L’uso di social e del virtuale che si fa sempre più incombente, e invadente, con l’arrivo, ormai prossimo, del Blochain che consiste nel collegare il nostro sé virtuale, o meglio il nostro “altro” da noi, a una rete – pubblica o privata che sia, agglomerato o consorzio – per farci accedere a determinati servizi digitali.

Un passaggio, appunto.

Un forte “rumore di lutto” che registra costantemente i nostri attimi vitali e no.
Le molteplici strategie, che routine e linguaggio quotidiani usano con l’obiettivo di nascondere il pensiero della mortalità, sono rese vane dalla cultura digitale, in un universo pervaso di tecnologie di connessione come il wireless, il cloud e la banda larga che rendono la dimensione online pervasiva e capillare.

MORTE DIGITALE E REALE

La morte, allora, è sempre presente nell’ambiente digitale: nei social network, tra i selfie su Instagram – dove ha un suo specifico spazio tramite hashtag molto popolari – nei video amatoriali in diretta, nelle foto postate sui quotidiani in Rete, nei molteplici siti Internet e blog.

Questa sua onnipresenza online, messa in relazione con il “passaggio” della rimozione offline, determina un oscillare caotico tra la riscoperta del ruolo ch’essa ricopre nella vita di tutti i giorni e la deriva ultima in una sua spettacolarizzazione mediatica che la banalizza e la fagocita una volta per tutte. 
Se la morte è una parte della vita e la vita è divenuta digitale, è ineluttabile che anche la morte sia divenuta digitale, armonizzando il privato con il pubblico, l’individuale con il collettivo, il reale con il virtuale, ritrovando, quindi, quella sua dimensione comunitaria, sacrificata nel corso del Novecento.

Fino ad allora, infatti, i malati terminali sono stati isolati nelle strutture ospedaliere, i morti nei cimiteri in un angolo appartato delle città e i dolenti per un lutto, infine, nelle loro dimore private, all’interno di cui soltanto è consentita la manifestazione – temporanea – della propria sofferenza.

In questi riti di passaggio costruiamo una casa ibrida e interreale – iper presente ed eterna – che archivia le vite digitali in continua espansione di ogni utente della Rete e registra una porzione significativa dell’esistenza individuale.

Ognuno, infatti, rappresenta, ogni giorno, se stesso dinanzi agli altri con un dispositivo mobile.

Un’alternanza senza requie – nei siti, nei blog, nelle chat, nei forum e nei social network – di credi, gusti, millanterie, opinioni, passioni, pregiudizi.

Specialmente emozioni ed esperienze, il cui labile significato si perde velocemente nel flusso liquido – Baumann docet – d’informazioni prodotte, si contrappone la presenza fatale delle loro tracce. 
Basta pensare al solo Pinterest – uno degli archivi d’immagini più ampio del web – il quale copia sui propri server ogni singola immagine pubblicata sulle bacheche dei social network, a cui associa il link che rimanda alla fonte originale.

Una specie di biblioteca di immagini preesistenti, in grado di conservare tutto ciò che ognuno di noi pubblica online.
La consapevolezza di essere, quindi di vivere in contemporanea in due abitazioni – la prima per lo più privata, la seconda invece interattiva e intersoggettiva – le quali si mescolano reciprocamente e dipendono l’una dall’altra fino a non distinguersi più, porta a un ripensamento radicale del nostro legame privato e pubblico con la morte e il lutto, con la memoria e l’oblio, con il rito funebre e il cordoglio, con la visione stessa di un essere che più non c’è.

Con il modo di costruire giorno dopo giorno, a 360 gradi, l’identità personale e i rapporti socioculturali all’interno dello spazio pubblico, i quali non possono far finta che la vita dei cittadini non abbia mai fine. 

MUTA L’IDENTITÀ CULTURALE

Tale consapevolezza assume un valore sempre più marcato tenendo conto che, in pochi anni, la generazione X – quella di coloro che sono nati approssimativamente tra il 1960 e il 1980 – è l’ultima generazione ad aver vissuto un momento storico senza la presenza di computer, di mobile device e, in particolare, senza connessione al web. 
Il futuro prossimo ha solo “nativi digitali”, abituati a dover gestire fin dai primi anni di vita tutte e due le abitazioni le quali, sempre più integrate tra loro, ci obbligheranno a comprendere e interpretare il mondo come qualcosa di artificialmente vivo.
Quindi diventeremo, se già non lo siamo, degli “INFORG”, “organismi informazionali” reciprocamente connessi e parte di un ambiente informazionale (l’INFOSFERA), che condividiamo con altri agenti informazionali, naturali e artificiali, che processano informazioni in modo logico e autonomo.
Un passaggio, appunto.

Tra una nascita e una morte, tra un lutto e la sua accettazione. Nel virtuale e nel reale.

Roberto Dall’Acqua

roberto@ilgiornaledelricordo.it
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