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Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (parte terza)

Leggi qui la seconda parte:

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (parte seconda)

MICHELANGELO MERISI detto il CARAVAGGIO (parte terza)

“Cena in Emmaus”

1601 – olio su tela 139 x 195 cm

National Gallery, Londra

Questa “Cena in Emmaus” è una delle due opere che Caravaggio realizzò a distanza di cinque anni.

La prima tela, che vi racconto oggi, la migliore secondo me, è conservata alla National Gallery di Londra.

Nella prima esecuzione la luce illumina e definisce meglio i gesti drammatici dei protagonisti e le loro vesti colorate.

Fu commissionata dal Marchese Ciriaco Mattei, parente di un potente Cardinale nel 1601, quando Caravaggio era considerato “il massimo pittore di Roma”.

La seconda, con colori molto più cupi, si trova alla Pinacoteca di Brera a Milano e venne realizzata nel 1606 nei feudi della famiglia Colonna, dove Caravaggio aveva cercato protezione in seguito all’accusa di aver ucciso, come raccontavo nella parte prima, Ranuccio Tomassoni.

“LA CENA IN EMMAUS”

La storia della cena in Emmaus è narrata nel capitolo 24 (versetto 13-35) del Vangelo di Luca.

Ci troviamo nel giorno della Resurrezione e due discepoli di Cristo, Cleofa e Pietro, si recano a Emmaus, un villaggio che si trova non molto lontano da Gerusalemme.

Mentre ancora si facevano domande davanti al sepolcro vuoto, si presentò a loro Cristo, ma non lo riconobbero.

Quando venne sera, chiesero a Gesù di fermarsi a desinare in una locanda e sedutisi a tavola per rifocillarsi i due lo riconobbero solo quando spezzò il pane benedicendolo.

Caravaggio in “Cena in Emmaus” rappresenta il culmine dell’episodio, dove i discepoli sono seduti intorno a un tavolo posto di fronte a noi spettatori.

Cleofa è sulla sinistra su una poltrona collocata in modo tale che sembra tagliare lo spazio pittorico e dare l’illusione della profondità. Gli occhi sono aperti, stupiti e sembra volersi alzare.

L’altro discepolo, Pietro, è invece posizionato a destra e spalanca le braccia incredulo quando si rende conto di chi ha davanti.

In tutto ciò il Cristo è sereno e il suo volto calmo si discosta nettamente dalla reazione “agitata” dei due uomini.

Dietro al tavolo, in piedi accanto a Gesù, l’oste serve il cibo. Non sapendo l’importanza della situazione sembra non preoccuparsi di quello che sta accadendo intorno a sé.

Il tavolo è riccamente colmo di viveri e al centro si nota un piatto con il pollo e il pane.

Palesi sono i richiami ad altre opere precedenti di Caravaggio (vedi “La canestra di frutta“).

Gesù ha i capelli lunghi e il volto senza barba, essendo risorto, appare in tutto il suo splendore di uomo realmente vivo.

È vestito di rosso con un mantello chiaro su una spalla, ha gli occhi socchiusi e le mani ferme nel gesto della benedizione del pane.

Nel dipinto sono presenti diverse immagini religiose: il pane e il vino sono simbolo del corpo e del sangue di Cristo e quindi del suo sacrificio.

Il canestro poi, colmo di frutti molto maturi e quasi appassiti, sono simboli della fragilità dell’esistenza terrena; il tempo passa e inesorabilmente deteriora le cose.

Caravaggio ha utilizzato svariati colori per questo quadro: primeggiano vistosamente il rosso ed il bianco per la veste di Cristo, il verde scuro per l’abbigliamento dell’apostolo in primo piano e per qualche foglia sul tavolo.

Infine, per lo sfondo, la “terra d’ombra bruciata“, più volte utilizzata da Caravaggio, fa da contrasto alla luce.

CONCLUDENDO:

Caravaggio raffigura Cristo imberbe e con il volto ovale.

Probabilmente un omaggio al Leonardo dell’Ultima cena, dove la sua giovinezza sembra incarnare la vita eterna dopo la resurrezione.

Bruno Vergani

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