MATRIX dei fratelli Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Ann Moss. (1999)
In seguito ad una catastrofe che ha colpito tutta la Terra, l’Umanità è sopravvissuta solo grazie alle macchine che, divenute esseri superiori, prendono il sopravvento sugli uomini generando un mondo apparentemente uguale al precedente ma che, in realtà, nulla ha di vero.
Neo, un abile hacker, scopre che la realtà è generata da un impulso fornito agli uomini da un’entità suprema e artificiale e che gli uomini fungono da “pile” viventi necessarie ad alimentarla.
Nessuno conosce la realtà, nessuno ha coscienza del vero aspetto dell’universo. Con l’aiuto di Morpheus (pirata informatico e leader rivoluzionario) e di Trinity, Neo riuscirà a scoprire la verità, lottando per la sopravvivenza del genere umano.
Raccontata così si direbbe quasi la trama di uno dei tanti blockbuster di fantascienza prodotti negli ultimi anni, con tanto di effetti speciali e banda di super eroi al seguito; ma stiamo parlando del 1999, più di vent’anni fa, e stiamo parlando di “Matrix”, un film che occupa un posto di riguardo nell’albo dei film più “iconici” della storia del cinema.
Il pregio principale della pellicola dei fratelli Wachowski sta sicuramente nella potenza dei suoi personaggi: accanto a un Neo – Keanu Reeves – emblema di coraggio, intraprendenza, delicatezza freschezza interpretativa, troviamo un Morpheus- Lawrence Fishburne – che è sicuramente uno dei personaggi più carismatici che il cinema abbia mai rappresentato; misterioso e impenetrabile, Morpheus è il Profeta che conduce Neo nei meandri di Matrix, alla scoperta della finzione che rende tutto possibile, fino alla soglia della consapevolezza
Come in un film scorrono immagini di una verosimile realtà che si confonde con la fantasia, sino all’ultima fatidica scelta : conoscere o non conoscere ?
Continuare a vivere nella menzogna in un calda e rassicurante apparenza o rischiare di lanciarsi nel vuoto di una verità ignota e terrorizzante?
“Accettare quello che si vede solo perché ci si aspetta di risvegliarsi?”
La scelta tra la pillola rossa della verità e “del paese delle meraviglie” e quella blu del ritorno alla finzione è sicuramente il nucleo centrale del film. Rimanere schiavi di questa fantomatica schiavitù da Matrix, entità suprema e artificiale, rende Neo e tutti gli altri uomini schiavi di una dimensione esterna a se stessi.
È una prigione mentale, molto probabilmente simbolo di un’assuefazione ad un mondo tecnologico che ormai ci sovrasta. Ed è simbolico il fatto che a decidere di liberarsene siano prima di tutto gli hacker, proprio coloro che maggiormente vivono in questa dimensione.
E’ un messaggio forte quello che “Matrix” lancia: aldilà della spettacolarizzazione, degli effetti speciali, della bellissima storia d’amore tra Neo e Trinity, quello che colpisce del film (soprattutto del primo) è la capacità di rappresentare un’idea, un’immagine potente.
La “Matrice” che da il nome al film, la struttura numerica da cui poi ogni cosa si è generata, il fatto che questa entità sia “ovunque intorno a noi, … quando ci affacciamo alla finestra, o quando accendiamo il televisore o andiamo al lavoro”, è un messaggio inquietante; forse perchè , visto oggi il film, alcuni concetti non sembrano poi tanto lontani o perché in realtà stiamo assistendo in parte ad una vera assimilazione della dimensione cyber nelle nostre vite completamente inserite nel web spazio.
Quando vediamo “Matrix” veniamo catapultati sull’astronave di Morpheus, risvegliati da un sonno lunghissimo, mentre l’agente Smith ( uno dei personaggi più terrificanti mai visti) si riproduce all’infinito alle nostre spalle e, ogni volta si ha la consapevolezza della inconsapevole potenza immaginifica di questo film e della sua magnifica capacità di rappresentare
“un mondo messo davanti agli occhi per nascondere la verità”.
Su Prime Video
Sandra Orlando
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