di Andrej Zvjagincev.

Premio della giuria a Cannes, il bellissimo Loveless racconta la storia del piccolo Alyosha che vive completamente ignorato dai suoi genitori, prossimi al divorzio.

Il bambino, dalla sua stanza, osserva disperato i furiosi litigi fra il padre e la madre, piangendo nella sua solitudine, consapevole di non essere mai stato desiderato e amato.

Ormai avviati ad una nuova vita (il padre ha un’altra famiglia e la madre è troppo presa dal lavoro e dalla sua relazione con un altro uomo) il padre e la madre di Alyosha non sembrano neppure accorgersi della scomparsa improvvisa del bambino.

Solo dopo molte ore dalla sua assenza, iniziano le ricerche da parte di una Polizia tardiva e lenta.

E pian piano la scomparsa del bambino traccerà i contorni di una società per nulla disturbata dal vuoto dei sentimenti ma, anzi, divorata da una totale mancanza di affetti o amore.

Il titolo del film è emblematico: richiama proprio l’immagine di una realtà fatta di “assenze”, triste e grigia (come la Russia protagonista del film), dove la nebbia e l’umido celano misteriosi ingranaggi.

La pellicola è un thriller, ma anche specchio impietoso di una società dominata da una insuperabile crisi spirituale e umana, da un disamore che aliena gli individui dalla capacità di provare sentimenti di reale appartenenza.

La famiglia quale baluardo di amore, protezione, cerchio protettivo e assemblante è qui inesistente, spazzata via da un cinismo crudele in cui neppure l’amore materno riesce a trovare respiro.

Non esiste nessun sentimento, nessun candore, nessuna innocenza, non c’è redenzione per nessun personaggio, ognuno schiacciato dal vuoto di un’anima ingabbiata da neon e luci artificiali, da una società meccanizzata in cui ognuno si perde e si sbriciola colpita dall’avarizia, dall’ossessione per il potere, dal culto del denaro e dal dominio tecnologico.

Visualizza immagine di origine

E in questo girone infernale (con una grande e straziante interpretazione del piccolo Nobikov) non c’è spazio neppure per una flebile speranza, con un finale che di speranza non ne lascia neppure un po’ perché :

“Non si può vivere senza amore”.

Sandra Orlando

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui