Mi rannicchiai e piegai la testa di lato premendo un orecchio sulla terra e portai l’attenzione a ciò che il mio apparato uditivo aveva cominciato a percepire.

Un gorgoglio d’acqua giunse ai miei sensi, come se un rubinetto fosse appena stato aperto. Man mano che la mia concentrazione aumentava, il rumore diventava sempre più forte, dapprima lo sentivo provenire dal basso, come se un torrente sotterraneo scorresse nelle viscere della terra, poi udii un rumore gemello e familiare provenire anche dall’esterno. Mi trascinai fin oltre il muro di piante rampicanti dinanzi a me e vidi che al di là di esso si apriva un’ampia pianura attraversata da un fiume di discreta larghezza e con una consistente portata d’acqua.
Contemplai il paesaggio dinanzi a me facendomi ritemprare dall’aria fresca che circolava libera in quello spazio vuoto e pianeggiante, scevro da alberi a fungere da blocco e ostacolo per il vento, poi ebbi un’intuizione. Pensai di costeggiare il fiume così da avere una direzione da seguire. I fiumi sfociano in mare, quindi seguendo il suo corso avrei potuto raggiungere la costa. Oppure sarei arrivato in qualche paese sorto sulle rive del torrente. Dove c’è acqua c’è vita, magari un agglomerato di persone si era riunito in qualche punto sulle sponde del fiume per far sorgere una piccola comunità rurale in cui la guerra non era ancora arrivata. Pensavo che i piccoli e insignificanti paeselli di provincia fossero stati risparmiati dalla misteriosa furia distruttrice che era calata all’improvviso sulle grandi città.
Mi incamminai procedendo nella direzione in cui scorreva il fiume, verso sud.

Ero stanco e provato, inoltre un grosso ematoma alla gamba mi faceva procedere zoppicando, per cui il cammino si preannunciava lungo e difficoltoso. Mi capitò di dover superare degli ostacoli per poter procedere. D’un trattò il torrente sfociava in una cascata alta una mezza dozzina di metri e mi toccò discendere da un sentiero scosceso ricoperto di rovi e spunzoni di roccia taglienti come lame. Uno mi ferì ad una gamba mentre, seduto in terra, mi trascinavo muovendomi con i glutei nel punto più ripido per arrivare in fondo alla vallata. La ferita non era profonda e non faceva neanche particolarmente male, il tessuto dei jeans aveva limitato l’attrito della pietra sulla mia pelle, ma urlai in maniera stridula e piansi disperatamente.

Dopo aver versato una quantità inestimabile di lacrime improvvisai una medicazione alla gamba con un brandello di camicia per coprire il taglio sanguinante e ripresi il mio cammino.
Ero certo che la mia fine stesse arrivando, non avevo speranze di sopravvivere.

Ero proiettato in un ambiente irreale, agghiacciante. Arrivato in fondo alla mia breve esistenza, mi stupii del fatto che i miei ultimi pensieri fossero dedicati a Luciana, la mia compagna di classe per cui pensavo di avere una cotta. I segnali c’erano tutti, dal balbettare in maniera impacciata in sua presenza quando eravamo a scuola, il rossore e il calore che mi inondavano il viso quando la vedevo sbucare dalla porta d’ingresso per volteggiare con la sua andatura aggraziata verso il suo banco, sentire un tonfo nello stomaco e il respiro che pompa a mille al primo mattino, pensando al momento in cui l’avrei vista e avrei condiviso dei momenti di vita scolastica e quotidiana con lei.
Avevo la morte nel cuore al pensiero che non l’avrei più rivista. Non mio padre, non mia madre, né i miei amici più cari, i miei parenti. Il distacco più doloroso era da lei, Luciana, colei che avevo associato a Beatrice nella mia mente giovanile nutrita e stuzzicata dalle novelle dantesche, la donna angelo che mi aveva permesso di elevare il mio spirito grazie all’amore puro che avevo provato per lei. Il mio sole, il faro della mia esistenza. Ciò che non era più. La purezza, l’innocenza di quei timidi sorrisi e gli sguardi rubati vicendevolmente spazzati via dal lordume che aveva trasformato il mondo in una Divina Commedia all’incontrario, passando dal paradiso delle emozioni e delle anime candide e luminose all’inferno di morte e distruzione che stavo sperimentando, il fiume che stavo seguendo a fungere da moderno Acheronte nel mio percorso verso le viscere della terra, in fuga da sconosciute e sanguinarie bestie infernali, Cerbero, la lonza, la lupa e il leone in agguato ad ogni angolo.

“Luciana? Sei tu?” Luciana! Lucianaaa!”

Riconobbi la mia voce che urlava nel vuoto dinanzi a me. Dovevo aver avuto una visione perché avevo intravisto, accovacciata su una sponda del fiume, una figura femminile che identificai con l’oggetto del mio amore. Aveva lo sguardo rivolto verso l’acqua torbida e increspata che scorreva dinanzi ai suoi occhi, concentrata verso un punto particolare, come se la sua attenzione fosse stata attirata da un evento curioso che si stesse verificando in quelle gelide acque, poi voltò la testa verso di me e mi vide, mantenendo uno sguardo distratto e un’aria sognante, assente dal mondo reale. Quando tornò sulla terra e i suoi occhi ricominciarono a riflettere la sua entità e presenza in quel luogo preciso si alzò di scattò e cominciò a correre. Zoppicando e ansimando provai a seguirla.

“Luciana aspettami. Perché scappi? Sono io! Luciana!”

Il mio inseguimento fu breve perché Luciana sparì dalla mia vista dopo aver deviato a sinistra in corrispondenza di un punto in cui il profilo del fiume si piegava a gomito sparendo anch’esso dalla mia visuale. Accelerai l’andatura e giunsi nel punto di deviazione e un nuovo paesaggio si aprì dinanzi a me, la pianura spoglia e bruna lasciava spazio a nuove foreste e a una vegetazione varia e dai colori divergenti, poi riconobbi una forma che mi fece tremare il cuore dall’emozione.

Il profilo di una casa che si ergeva sontuosa a ridosso di un bosco…

Continua

Arsenio Siani

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Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

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