La guerra era arrivata all’improvviso, portandosi via vite, sogni, speranze, idealismi.

Una pioggia di fuoco aveva inondato il cielo e, in un attimo, si era riversata sulla città, riducendo in cenere tutto ciò che trovava sul suo cammino. Case, persone, automobili carbonizzate ricoprivano le strade, nere lapidi a sentenziare la fine di un mondo, di un cosmo di esistenze che in quell’involucro aveva consumato le proprie attività quotidiane, serenamente, a volte in maniera tormentata. Ma sempre nell’illusione che ci sarebbe stato un domani. Un nuovo giorno felice, o di sofferenza, sarebbe comunque arrivato. Le bombe avevano spazzato via quel pensiero costante, offrendo la pace del nulla a chi non l’aveva chiesta o non aveva avuto occasione per domandarla.

Mi ero salvato perché ero in collina quel giorno e avevo osservato la scena dall’altura antistante la città. Mi ero steso all’ombra di un albero a sonnecchiare, godendomi la frescura che quel riparo naturale mi offriva in contrapposizione all’afa che spadroneggiava nell’aria in quella maledetta giornata di inizio primavera. Avevo marinato la scuola, davanti al cancello d’ingresso dell’istituto scolastico mi era balenato il pensiero che quel sole alto nel cielo e il limpido cielo blu erano un invito troppo allettante a trascorrere la giornata all’aria aperta, una fuga dalla città immerso nella natura,un momento bucolico per ritemprare lo spirito e le membra sfinite dai logoranti ritmi dell’esistenza urbana.

Mi ero appena appisolato quando la percezione di un fischio mi ricondusse alla realtà strappandomi dal mondo dei sogni. All’inizio era talmente basso da farmi pensare che fosse un problema del mio apparato uditivo, per cui provai a sturarmi le orecchie per fare uscire l’aria. Poggiai il palmo della mano sul lobo e premetti, poi la tolsi di scatto e mi concentrai per qualche secondo. Sentivo ancora quel fastidioso rumore, anzi, era cresciuto d’intensità. Non mi ci volle molto tempo per rendermi conto che quel fischio era prodotto all’esterno, e in particolare sembrava provenire dal cielo, in direzione sud-ovest. Voltai lo sguardo in quella direzione e mi coprii la fronte con la mano, in modo da coprire gli occhi dalla luce solare e aumentare la visibilità. La natura di quel suono, che diventava sempre più sordo e intenso, sembrava essere molto simile a quella di un fuoco d’artificio, per cui rimasi in attesa di assistere ad uno spettacolo pirotecnico in pieno giorno, senza domandarmi il motivo di un inusuale festeggiamento mattutino, per di più fuori stagione. Dopo qualche istante le vidi. Le bombe stavano arrivando, lasciandosi dietro una scia di fumo denso come le nuvole, stavano saltando la staccionata di roccia che era la montagna per atterrare con la loro pesante suola nella vallata, poggiandosi con rudezza, lasciando un’impronta indelebile sul terreno.

Quattro si lanciarono in picchiata sulla mia città, altre tre proseguirono la loro corsa oltre la valle, in direzione di un’altra cittadina. Il mio sguardo si inondò di rosso e fui sbalzato in terra. La potenza di quegli ordigni si rivelò devastante, nel tempo necessario al battito delle ciglia una città di 70.000 abitanti era stata completamente rasa al suolo. Mi sollevai in piedi e rimasi per un tempo indescrivibile ad osservare quella terrificante scena, vampate di calore risalivano fino alle soglie del boschetto dove mi ero rifugiato rendendo quella giornata afosa l’anticamera di un inferno dantesco, dove fiumi di lava ribollivano immondi e fiamme e zolfo infestavano l’aria.

Quando tornai in me dopo la paralisi fisica e cerebrale che quell’evento mi aveva causato infilai una mano in tasca e tirai fuori il cellulare. Provai a chiamare varie persone ma la voce dell’operatore telefonico mi ripeteva sempre l’identica frase. “L’utente da lei selezionato al momento non è raggiungibile”. Mi lanciai in corsa per il sentiero che conduceva in fondo alla valle e continuavo a telefonare, ma non c’era verso di contattare qualcuno. Mi tolsi la cartella dalle spalle e cominciai a correre più veloce, mentre lacrime di disperazione mi inondavano il viso.

“Mamma, papà!” urlai a squarciagola .

Arrivai alla lingua d’asfalto che delineava il confine tra montagna e città, tra natura e civilizzazione, la statale che conduceva al centro cittadino partendo da un punto imprecisato al di la della vallata, da altri paeselli o metropoli fioccanti di vita. Mi accinsi ad attraversare la strada quando vidi arrivare da lontano lungo la strada una marea nera, che nella mia mente sconvolta dall’esperienza che avevo vissuto apparve come l’onda d’urto dell’oceano di fuoco che aveva inondato la vallata, l’origine nel rosso fuoco e l’effetto nel nero notte. Mi nascosi in un cespuglio e rimasi ad osservare la macchia scura che si ingrandiva sempre di più, assumendo le sembianze di un reparto di cingolati e camionette dell’esercito che sfilarono davanti ai miei occhi  in tutta la loro maestosità e prepotenza.

Fui tentato di uscire ed andargli incontro per chiedergli spiegazioni, ma la paura paralizzò all’improvviso ogni centimetro del mio essere.

E se fossero nemici?

Non mi intendevo di divise e simboli militari per cui non ero in grado di capire se quei reparti e quei mezzi appartenessero all’esercito italiano.

Magari erano gli invasori, coloro che ci avevano attaccato e stavano ora operando l’invasione terrestre dopo essersi spianati la strada, come facevano i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Ricordavo le lezioni di storia a scuola dove venivano spiegate le strategie belliche in uso nel conflitto.

Eppure avevo la sensazione che quei soldati non fossero stranieri, quella parata mi stava dando un senso di deja vù, come se avessi già visto divise simili. Erano forse dei nostri? Forse le forze armate si stavano recando sul luogo del bombardamento per valutare l’entità del disastro, prestare soccorso agli eventuali sopravvissuti? O magari appartenevano all’esercito italiano ma era scoppiata una guerra civile e quindi quei soldati stavano arrivando per invadere la loro stessa terra?

Rimasi in attesa che anche l’ultimo mezzo blindato si fosse allontanato e uscii allo scoperto, mi accinsi ad attraversare la strada quando, arrivato a metà percorso, mi fermai e tornai indietro di scatto. Uno sparo mi aveva fatto rizzare i capelli in testa dallo spavento e mi aveva spinto a nascondermi di nuovo al punto di partenza. Da lì potevo osservare la scena che si stava sviluppando alla mia sinistra, a qualche centinaio di metri di distanza dal luogo in cui mi trovavo. Tirai un sospiro di sollievo quando mi resi conto che il colpo non era diretto a me, ma il senso di quiete durò poco perché stavo per assistere ad una scena ancora più raccapricciante di quella del bombardamento a cui avevo assistito poco tempo prima. Uno sparuto gruppo di persone in veste civile avanzava incontro alla colonna di cingolati tenendo le mani alzate in segno di resa, uomini e donne, bambini e anziani probabilmente superstiti dell’olocausto che aveva colpito le loro case perché anche loro, come me, avevano avuto la fortuna di trovarsi in campagna in quel momento. Evidentemente non avevano il mio senso del pericolo, quel campanello d’allarme che mi aveva spinto a diffidare di quegli uomini in divisa e a nascondermi alla loro vista, perché avevano deciso di mostrarsi a loro nella speranza che fossero lì per dargli una mano, che fossero i buoni. Ma in una guerra non esistono i buoni, questo l’ho imparato presto, e quell’esperienza che stavo per vivere avrebbe cristallizzato in modo indelebile questa convinzione dentro di me per il resto della mia vita.

Il capogruppo della fila stava dicendo qualcosa, cercava di interloquire con la compagnia di soldati, qualcuno dalla colonna parlò ma non era una parola rivolta ai superstiti. Non udii cosa disse, ma doveva essere qualcosa come

“fuoco!”

perché l’attimo dopo il cannone di un cingolato cantò il suo requiem per gli inermi disgraziati che avevano deciso di avanzare alla ricerca di pietà e aiuto.

Vidi quei poveri cristi saltare in aria come birilli e subito dopo una pioggia di membra e arti sventrati ricadevano sull’asfalto insieme a ciò che era stato polverizzato del loro corpo.

Poi cominciò la danza dei mitra a finire i superstiti che, sconvolti e terrorizzati, avevano provato una fuga disperata voltando le spalle ai loro carnefici e correndo a perdifiato. Nessuno di loro si salvò. Fu un massacro. Niente prigionieri. Nessuno doveva essere lasciato in vita.  Un ragazzino aveva cercato di scappare per i campi. Vidi un uomo con stemmi da ufficiale uscire dalla colonna e puntare il suo fucile in direzione del giovane fuggitivo. Poi lo abbassò e lo lanciò in terra, imprecando per la difficoltà di colpire un bersaglio a lunga distanza con quell’arma, così sfoderò una beretta dal suo cinturone e prese la mira. Passarono una manciata di secondi che parvero un’eternità, poi la pistola fece fuoco. Si udì un grugnito e subito dopo il ragazzo stramazzò al suolo.

Rimasi per tutto il tempo con una mano premuta sulla bocca per non far udire i miei singhiozzi. Stavo piangendo disperatamente, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella orrenda scena e un sentimento misto di rabbia, sgomento e terrore mi schiacciava nel mio piccolo rifugio,facendo implodere ogni tentativo di movimento e reazione che ponevo in essere. Ad un tratto mi accorsi anche di essermela fatta addosso,sentii una sensazione umida all’inguine e notai una macchia scura sul pantalone che si allargava sempre di più.

Quando riportai la mia attenzione e lo sguardo in direzione della strada i soldati non c’erano più. In pochi attimi, senza che me ne accorgessi, avevano ripreso la loro marcia diretti verso la città.

Mi guardai intorno e, dopo essermi accertato che non ci fosse nessuno, mi sollevai in piedi e uscii dal cespuglio. La testa cominciò a girarmi e sentii dei brividi scuotermi tutto il corpo, poi cominciai a sudare copiosamente, mentre lo stomaco mi ribolliva e il respiro si faceva più lento e faticoso.

Mi piegai in avanti e vomitai e ad ogni conato mi sfuggivano lacrime di dolore e disperazione.

Quando la nausea terminò mi rimisi in posizione eretta e cominciai a tirare dei profondi respiri.

Tirai la fronte in su e osservai le nuvole che si stavano addensando nel cielo, cumuli bianco-grigi che assumevano varie forme e danzavano spinte dal vento in direzione nord.

Respirai di nuovo profondamente e tirai fuori un urlo feroce, agghiacciante, animalesco.

“Perché, perché? Che significa tutto questo? Che sta succedendo? Non è possibile. Non è possibile!”

Era cominciata come una giornata ordinaria e nell’arco di una manciata di minuti il mondo che io conoscevo non esisteva più. E niente sarebbe stato più lo stesso.

Arsenio Siani

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Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

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