Il ricredersi appartiene alla naturale vicenda dell’intelletto umano.
Nessun uomo è tenuto a perseverare nell’errore, né vi è disonore nel rivedere le proprie convinzioni quando nuove esperienze, nuove conoscenze o una più profonda riflessione ne mostrino i limiti. Anzi, la capacità di correggere il proprio giudizio è spesso segno di maturità e di onestà intellettuale.
Ben altra cosa, tuttavia, è il “mutar casacca“.
Qui non si assiste all’evoluzione del pensiero, ma al trasformismo; non alla ricerca della verità, bensì all’abbandono della coerenza. Se il ripensamento nasce da un percorso interiore e da una sincera revisione delle proprie idee, il cambio di schieramento dettato dall’opportunità o dalla convenienza rischia di apparire come una rinuncia ai principi che fino a quel momento si erano professati.
Per questo motivo, mentre il ricredersi può perfino accrescere la statura morale di una persona, il mutar casacca ne compromette la credibilità.
La fedeltà ai propri valori non consiste nell’immobilità del pensiero, ma nella capacità di rimanere coerenti con essi anche quando le circostanze suggerirebbero una strada più comoda. È in tale fedeltà che risiede la vera nobiltà del carattere, poiché le convinzioni possono affinarsi e maturare, ma non dovrebbero mai essere sacrificate alla mera convenienza del momento.
Piera Messinese






