“Le Troiane” di Euripide, che sarà messa in scena per la quarta volta al al Teatro Greco di Siracusa dopo le edizioni del 1952, 1974 e 2006 , una delle tragedie più straziate e corali di tutto il dramma antico e mette in scena il dramma delle prigioniere troiane, rese schiave e soggiogate dagli eroi greci che hanno vinto la guerra di Troia, il cui destino si prospetta però altrettanto tragico. Il dolore delle più illustri donne troiane, Ecuba, Cassandra, Polissena, Andromaca esplode in episodi distinti e mette in risalto l’ineluttabilità del destino di morte e violenza con cui la volontà di potenza che domina l’universo maschile ha schiacciato l’universo femminile.
Elegia sulla sorte dei vinti e denuncia dell’inumanità e innaturalità della guerra: queste caratteristiche delle Troiane sono rappresentate con la più calda solidarietà attraverso la morte di un bambino, Astianatte, che per i Troiani incarna la speranza del passato (tanto da indurre Andromaca a farsi forza e accettare l’unione con Neottolemo), per i Greci il timore oscuro del pericolo e della rivincita. Dalla straziante protesta per la condanna a morte alla tristezza delle esequie, il tema attraversa tutta la tragedia.
Ma il dolore non è solo dei vinti: il paradosso di Cassandra, dal quale Taltibio si ritrae scandalizzato, è realtà vera e certa agli occhi dello spettatore che l’ha sentita sancire dall’accordo tra le due divinità già nemiche, Atena e Poseidone, e al quale era implacabilmente presente il mito della fine di Agamennone.
Si apre adesso l’abisso della miseria per i Greci, che già hanno pagato a caro prezzo la loro vittoria – dice Cassandra – con tanto sangue squallidamente e inutilmente versato. Il fatto che Cassandra parli da combattente, disposta a dare la propria vita per la rovina dell’odiato nemico (vv.404-5), mostra bene come l’estensione dell’angoscia e l’equiparazione delle sorti fra le due parti in causa approfondisca la divisione, ben lungi dal produrre affratellamento. Non lo produce neppure, a differenza che nell’Ecuba, la comunanza della concezione e dell’esercizio della giustizia che pure si esprime con grande limpidezza nel “processo” di Elena. La colpevole della guerra, colpevole anche di argomentazioni speciose, viene puntualmente controbattuta dal rigore morale e dalla persuasività autorevole con cui Ecuba richiama i fatti, i sintomi e i moventi.
E tuttavia l’esito del processo, certo in termini di diritto è ambiguo e insoddisfacente nei termini delle conseguenze di fatto. Ecuba insiste, con apparente successo, perché Menelao non riporti Elena in Grecia sulla sua stessa nave. Ma nel passaggio successivo il Coro si augura il loro naufragio, manifestando dunque sfiducia sul fatto che le considerazioni morali abbiano la meglio sul fascino amoroso che Aristofane nella Lisistrata ricordava come esemplare. Anche la rappresentazione del libro quarto dell’Odissea non lasciava incertezze sullo scioglimento della vicenda.
In questo clima chiuso e feroce all’impulso sessuale è accreditata la stessa sinistra fatalità dell’impulso distruttivo: di entrambi è vittima la ragione dell’uomo.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui