Le trasformazioni di un grande artista: Roberto Carlotto

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La musica ed il canto aiutano ad uscire dalle bruttezze che ci circondano e a volare metaforicamente nell’azzurro del cielo»
(Roberto Carlotto già Dik Dik, alias Hunka Munka)

Un ragazzo e una fisarmonica

Immagina un bambino che ascolta la vita pulsante della casa, il ticchettio delle stoviglie, il passo lento del nonno che accorda i suoi strumenti come fossero creature vive. È in quell’ambiente che Roberto Carlotto scopre la musica non come disciplina, ma come un linguaggio naturale. La fisarmonica è la sua prima compagna, il pianoforte la seconda. Ogni tasto è una porta, ogni melodia un modo per capire il mondo.
E negli anni ’60, quando l’Italia vibra tra canzonette e rivoluzioni culturali, Roberto Carlotto è già altrove. È curioso, inquieto, affamato di suoni che ancora non esistono.
La sua giovinezza è un passaporto consumato. Svizzera, Inghilterra, locali fumosi, palchi improvvisati, band che nascono e muoiono nel giro di una stagione. Suona con i Big 66, con I Cuccioli, poi con gruppi stranieri che lo portano a Londra, nel cuore pulsante dell’underground. Al Marquee Club, tempio sacro del rock, Roberto Carlotto apre i concerti di band che faranno la storia. È lì che capisce una cosa fondamentale: la musica non è solo mestiere, è identità. E lui vuole la sua in quel mare impetuoso.
Poi, un giorno, il destino decide di metterlo alla prova. Un incidente aereo, una mano ferita, il silenzio forzato. Per un musicista, perdere l’uso momentaneo della mano è come perdere la voce. Ma Carlotto non si arrende. La riabilitazione è lenta, dolorosa, ma è anche un ritorno alla vita. Quando ricomincia a suonare, qualcosa è cambiato. Infatti la sua musica ha una profondità nuova, come se avesse attraversato un’ombra e ne fosse uscito più luminoso.
Nel 1972 nasce Hunka Munka, il nome che lo consacra. È un alias, ma anche un alter ego: più libero, più audace,  visionario. L’album Dedicato a Giovanna G. è un piccolo gioiello del progressive italiano, un mondo di tastiere, organi modificati, atmosfere sospese tra sogno e inquietudine. La copertina scandalizza, la musica sorprende, il pubblico si divide. Ma una cosa è certa: Hunka Munka non assomiglia a nessuno.È unico.
Nel 1973 entra nei Dik Dik, e la sua storia prende una piega diversa. Il progressive lascia spazio al pop, ai grandi palchi, alle tournée. Carlotto porta con sé la sua anima sperimentale, ma impara anche il fine della canzone italiana, che deve arrivare dritta al cuore.
È un periodo di successo, ma anche di trasformazione. L’artista nomade diventa parte di una famiglia musicale che segnerà un’epoca.
Ma Roberto Carlotto non è mai stato un uomo da una sola maschera. Negli anni successivi diventa Charlott, Otto Karl, Robert Stahel. Ogni nome è un esperimento, un nuovo modo di guardare la musica. Collabora con Alberto Radius, esplora l’elettronica, pubblica Promise of Love, un album che anticipa le sonorità future.
È come se la sua creatività avesse bisogno di cambiare pelle per continuare a respirare, a vivere.
Nel 2021, dopo diversi anni di silenzi e metamorfosi, Hunka Munka torna con Foreste interstellari. È un ritorno maturo, consapevole, ma ancora pieno di stupore. Nel 2026 arriva Demoni e Dei, un’opera che mette in scena il conflitto eterno tra luce e oscurità, come se Carlotto avesse deciso di raccontare la sua stessa battaglia interiore.
Negli ultimi anni, la sua arte si fa più intima. Nascono progetti come Amazzone, dove le poesie di Anna Maria Esposito diventano canzoni, e brani ispirati a opere letterarie come Stella Bianca e Meteo Bollettino. È un Carlotto più raccolto, più narrativo, che usa la musica per dare voce alle parole degli altri e, attraverso esse, anche alle proprie.
Nel 2024 riceve un premio alla carriera. È un riconoscimento meritato, ma anche simbolico: celebra un artista che non ha mai scelto la strada più semplice, che ha attraversato generi, paesi, identità, senza mai perdere la sua essenza.
La storia di Roberto Carlotto è la storia di un uomo che ha fatto della musica una forma di resistenza, di libertà e di rinascita continua. Un artista che non ha mai avuto paura di cambiare, perché sapeva che ogni cambiamento era un modo per avvicinarsi un po’ di più alla verità della sua voce.

Angela Amendola

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