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Le parole del look lametino: una collezione verbale da prêt-à-porter

Interfacciandomi con la memoria storico-linguistica del carissimo Francesco Domenico Mete scopro un lessico stiloso del nostro vernacolo lametino: la moda ha le sue parole cui la gens di Lamezia attinge ed ha attinto persino nell’uso informale.

Un esempio? «‘Mpadari» è fare il risvolto: alle maniche della camicia, ad esempio o ai pantaloni.

Per la «gunnella» il significato si riferisce alla coda della pacchiana, che è l’abito caratteristico del nostro pianoro: pertanto, “‘mpadari” viene attribuito all’acconciatura della “gunnella“, volta a formare quella maestosa «cuda da pacchjiana», che produceva un gioioso cipiglio a coloro la indossavano.

«Sciadari» è il contrario di «‘mpadari». Perciò, utilizzando lo stesso referente, “’a cuda da pacchjiana“, cioè, si diceva: «si sciada lla cuda», per dire che questo capo d’abbigliamento si disfaceva per ricrearlo o conservarlo, magari!

‘A gunnella si sciadava per: balli (per non essere d’impaccio nei movimenti), lutti familiari e processioni sacre (come quella del Venerdì Santo).

Quando c’era il lutto di un familiare, le donne dei familiari e dei parenti stretti, se ne stavano con la gonna “sciadata“, a scopo dimostrativo di questa partecipazione dolorosa. Tale comportamento ci rimanda alle antiche prefiche che accompagnavano i defunti nei cortei funebri. Altra dimostrazione di dolore avveniva durante la processione di Gesù Morto, il Venerdì Santo. Insomma, tutto un comportamento pagano-cristiano che la nostra terra ha saputo assimilare nel tempo: l’eredità è parente di ogni convivenza, mi sa!

In copertina la bellissima nonna paterna: Teresa Mazzei (1921-2001).

Francesco Polopoli

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