Alcamo, ore 9.45

Maturai l’inconsueta decisione di “avventurarmi” in una zona della città che frequento di rado. Non ho mai amato le caotiche dinamiche che si intersecano per i punti nevralgici dei mercati rionali ma quella mattina, sospinta da una discreta dose di routinaria apatia, mista ad uno spiccato desiderio indagatore, scelsi istintivamente di cedere alle lusinghe della mia curiosità.

Raggiunsi la destinazione che mi ero prefissata. Lo feci senza troppa fretta, vantando la compagnia dell’alleato più congeniale che avessi potuto desiderare: un tiepido e velato sole di maggio, così discreto e delicato da assumere tutte le caratteristiche del complice perfetto. Mi resi conto, abbastanza celermente , che i mercati sono rappresentativi della migliore espressione di una disarmante genuinità umana ed inoltre, non in ultima istanza, della lecita e vitale scalata verso il “predominio della scena”.

Assicurarsi la priorità sul potenziale cliente, attraverso la disperata emissione delle urla più improbabili, costituisce un atto finalizzato alla sopravvivenza. In seguito a questa singolare e personale considerazione, sorrisi sommessamente. Poi inspirai con decisione, quasi a volere indagare con insolenza sull’aria. Lo feci come se non avessi mai esalato nemmeno l’accenno di un solo respiro ed ebbi cura di interiorizzare ciascuna fragranza che mi fu possibile captare.

Fui travolta da una magica e calda policromia e la sovrapposizione di un’infinità di colori inebriò improvvisamente i miei sensi. Avrei di certo acquistato qualcosa prima di far ritorno a casa, ma non sapevo esattamente cosa.

Rimasi negativamente impressionata dalla sciatteria del banco di un pescivendolo: osservai una manciata di merluzzi e di triglie accatastati con incuria ed ebbi la sensazione che quell’uomo non amasse il proprio lavoro. Lo svilimento di un esercizio facilita l’accesso all’anticamera dell’insoddisfazione e l’operare di mala voglia è sintomatico di un forte disagio.

” Non venderai nemmeno un gamberetto se continui così!”

Una voce incalzante mi catturò immediatamente .

Mi voltai di scatto verso la direzione della sua provenienza e rimasi letteralmente incantata da quello che vidi: un tripudio di meraviglie faceva bella mostra di tutta la propria seducente avvenenza e se ne stava adagiato sui pochi metri quadri di una bancarella di legno.

Perdio“, sono una donna!

Da che mondo è mondo, qualunque essere umano di sesso femminile, viene immancabilmente attratto da qualsivoglia sbrilluccichio che solletica la sua attenzione. Ed io non rappresento di certo l’eccezione. Ma quel che davvero mi lasciò di stucco fu la visione del proponente di cotanto splendore.

Era poco più che un ventenne, incarnato olivastro e due grandi occhi marroni. Il suo capo era coperto da un kefiah di colore bianco ed indossava un’ampia veste dello stesso colore. Fu come se fossi stata catapultata all’improvviso in una di quelle favole da “mille e una notte” che mi furono raccontate da bambina. I grandi assenti? Un dispettoso tappeto volante ed una lampada da sfregare. Per quanto concerne il resto, io ero già volata in medio oriente da un bel pezzo.

“Quello lì non incasserà neppure un centesimo quest’oggi.”

Il ragazzo pronunciò questa frase in riferimento al pescivendolo, suo negligente vicino di ipotetici affari. Fece ricorso ad un tono intriso di così tanta ironia che non seppi fare a meno di sorridere.

Poi seguitò:

“E lo sai perché non venderà proprio niente? Perché quel banco è scarno come la sua fantasia. È necessario abbandonarsi ad una bellezza sublime e lasciarsi trasportare, e quando questo sarà avvenuto saremo in grado di coinvolgere anche altra gente. Vendere, secondo me, è l’arte di dispensare bellezza. Non mi riferisco a quella oggettiva ma piuttosto al fatto che, tutto ciò che viene curato e valorizzato, non può fare altro che apparire bello.”

“Perbacco!”, pensai tra me e me. E così mi avvicinai ancor di più, al fine di osservare con maggiore attenzione quella superba marea di gioielli ben disposti sulla sua bancarella. Era presente tutto quello che avrebbe potuto contribuire al soddisfacimento della vanità più esigente. Adesso sapevo con esattezza cosa avrei acquistato. Optai per un incantevole paio di orecchini di colore azzurro, che tanto mi ricordavano i deliziosi lapislazzuli incastonati all’interno della grande moschea di Istanbul. Del ragazzo seppi che era di Baghdad, che si chiamava Arad e che aveva lasciato moglie e figli in Iraq, nel tentativo di cercare un po’ di fortuna altrove.

Ripose gli orecchini all’interno di una busta dorata e mi porse il tutto con estrema gentilezza. Pensai che quel giovane parlasse di bellezza in maniera molto cosciente nonostante il fatto che, probabilmente, di bellezza in terra sua ne avesse assaporata ben poca.

Stavo quasi per andar via, quando udii lo squillo del suo cellulare. Rispose. Io, in maniera senz’altro invadente, rimasi ad ascoltare la conversazione. Lo feci perché adoro il suono melodico della lingua araba, ed è chiaro che non sarei mai riuscita a decifrare il significato di una sola parola. Lo scambio telefonico si concluse con un’espressione dal tono apparentemente dolce: ” tamally ma’ak.”

“Perdonami se sono rimasta”, gli dissi, ” ma non ho saputo sottrarmi al piacere di ascoltarti.”

Arad mi sorrise benevolmente e mi scruto’ con occhi lucidissimi. Gli strinsi la mano in segno di saluto. Volsi le spalle, ma ritornai subito indietro. ” Vorrei tanto sapere cosa significa” tamally ma’ ak”. Ti va di dirmelo? ” Il mio nuovo amico non ebbe esitazioni di sorta:

“Stavo parlando con mia moglie. Tamally ma’ ak vuol dire… “Io sono sempre con te”.

Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

2 Commenti

  1. Insciallà=come Dio vuole; Salàm alicòm=buon giorno; Saba il kir/Saba il nur=buon giorno /buona sera; Jamìl/Jamìla=bello/bella; Misièn/zuìn(dialetto marocchino)=bello; tuil=lungo; kbir=grande; Allàh acbàr, Allàh acbàr ma Muàmedh rassullallà=Dio è grande, Dio è grande e Maometto è il suo profeta. Gin=spiriti buoni, iblis=diavolo; Sura=capitolo del Corano; El Curàn=il Corano…
    Con i “pori” hai comunicato, Beddra Sicilianuzza, non lesinar loro un sorriso, ti sarà ricambiato. Non con i Flus=soldi; Diram=moneta marocchina; bensì in Bellezza e Grazia; Ila illikà=Arrivederci.
    Michele DI GIUSEPPE, Muellìn madràsa =ins. di scuola.

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