Le luci delle case degli altri

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Mi è sempre piaciuto tante volte di sera, dal finestrino di un treno, o semplicemente da quello di un’automobile, guardare le finestre delle case illuminate.

Mi sono chiesta chi vivesse dietro quelle tende e in quelle stanze, quali segreti o misteri si nascondessero nelle cucine, o in quei soggiorni così pieni di vita.

E guardando le luci nelle case degli altri, chissà quanti hanno invidiato anche solo per un istante “l’apparenza” di perfezione e felicità che pensiamo di scorgere in quelle case.

Io ho sempre immaginato famiglie serene, sedute intorno al tavolo per cenare, coppie di innamorati abbracciati nei salotti, bambini gioiosi che giocano coi loro cagnolini, insomma tutto mi riporta ad una felice realtà familiare.

Ed è proprio così, possiamo supporre chissà che vite ci siano dietro la fugace apparizione di un lume o un lampadario che rischiara la stanza, mentre si intravede una ragazza china sui libri, o di un volto di donna felice dietro la finestra, che sta aspettando il suo compagno.

Tante vite si possono supporre, mentre guardi le case dal finestrino di un treno, vedi una donna in cucina o nella penombra vedi salire un filo di fumo magari nel silenzio, dove c’è un uomo da solo, protagonista in quella stanza, in quella scena.

La lista sarebbe immensa in questo incedere nel buio pieno di quelle piccole luci.

E le finestre illuminate mi ricordano un vecchio film che ho visto tantissimi anni fa, “La finestra sul cortile” e quindi penso che ci possa essere non solo gioia dietro quelle luci.

Credo che la verità è che le vite degli altri ci sembrano sempre più felici, solo perché le guardiamo da fuori.

Perché non sempre siamo in grado di guardare oltre le apparenze.

E nemmeno dietro la porta chiusa delle case degli altri, dove le coppie perfette diventano un po’ meno perfette e un po’ più problematiche. Dove le mamme sono più stanche di quello che appaiono e le donne un po’ meno contente dei loro fisici e delle loro carriere.

C’è una frase che mi piace tanto di una fotografa vissuta nei primi anni del novecento, Margaret Bourke White, che dice più o meno questo: “Non credo esista una vita migliore delle altre, esistono solo vite diverse”.

Una verità semplice, talmente semplice che troppo spesso dimentichiamo e, quando ce ne dimentichiamo, ci fermiamo a sospirare pensando che per gli altri è sempre tutto in discesa.

Io credo nelle sfumature, nel fatto che mai qualcosa è bianco o nero e nemmeno la felicità è senza ammaccature.

C’è una vita perfetta e felice per ognuno di noi, ne sono sicura, una vita che ci calza a pennello e che non ha niente a che vedere con gli altri.

Vorrei che nei momenti di disperazione non ti venga in mente di invidiare la felicità degli altri, le fortune, i successi degli altri, le certezze, i risultati, le luci nelle case degli altri: dappertutto c’è del bene, dappertutto c’è del male”.

Questa è una frase tratta dal libro che ho letto tempo fa di Chiara Gamberale: Le luci delle case degli altri. In questo libro si racconta di Maria, un’amministratrice di condominio decisamente fuori dal comune.

È giovane e piena di voglia di vita e da quando ha trasformato le riunioni in sedute psicologiche di gruppo non c’è un abitante della palazzina di via Grotta Perfetta 315 che non l’apprezzi.

Così quando la ragazza perde la vita in un tragico incidente di motorino e lascia sola la figlia di soli sei anni, Mandorla, sono loro che decidono di farsene carico.

Ma quella che era iniziata come un’opera di bene si trasforma in un vero e proprio dramma collettivo quando spunta fuori una strana lettera, lasciata da Maria alla sua piccola, dove le svela cosa è successo la notte in cui è stata concepita.

Non si trattava di un astronauta, come le ha sempre raccontato, e nemmeno di un tizio di passaggio, come ha fatto credere a tutti: il padre è lì, tra loro, è un condomino con cui una sera “per noia o per curiosità” la ragazza ha fatto l’amore.

Il panico li afferra tutti: non c’è nessuno che giurerebbe il partner innocente: che si tratti dell’ingegner Barilla, stimato professionista, o di Samuele Grò, che vive nel suo mondo, nessuna si crede al sicuro. Persino Paolo dubita del suo compagno Michelangelo: sarà pure omosessuale ma era anche il miglior amico di Maria e si fa presto a confondere l’affetto con l’attrazione.

Senza contare Lorenzo Ferri, lo scrittore impenitente e mezzo drogato, il cui debole per le belle donne è cosa nota soprattutto alla sua compagna, Lidia.

Così, per non distruggere nessuna famiglia, i condomini stringono il loro personale patto d’acciaio: non faranno il test del DNA e cresceranno Mandorla a turno, un po’ per uno.

E così Mandorla cresce, sballottata da un piano all’altro, da una dinamica familiare all’altra, tra il dolore per la perdita della madre e il buco nero della mancanza perenne di un padre.

E quando finalmente viene a sapere che lui vive lì, vicino a lei, scoprire chi è diventa la sua ossessione.

Chiara Gamberale intreccia sapientemente una vicenda che ha dell’incredibile. Perché anche nella realtà le luci nelle case degli altri sono sempre imperscrutabili e nessuno può dirsi di conoscere davvero chi ha accanto.

Gli esseri umani sono un pozzo nero di cui non si scorge il fondo ma dove bisogna immergersi, ché vale la pena avvicinarsi il più possibile al mistero delle vite altrui, sporcarsi coi sentimenti, lasciarsi andare alla vita.

Angela Amendola

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