La volante dei Carabinieri scivolava silenziosa lungo Via Mezzocannone, nel centro di Napoli.

Il suo procedere sommesso, silente, sembrava trasmettere un senso di disagio e timore che provavano coloro che occupavano il veicolo, a causa della vacua autorità che essi dovevano rappresentare in quella terra di nessuno, dove la legge non arrivava, vuoto involucro di un potere sommesso, che rifugge i problemi o si mescola e relaziona con la malavita che spadroneggia per la città in un legame che sa di tradimento,  come un Giuda moderno disposto a svendere la sicurezza dei cittadini e il senso di legalità per il proprio tornaconto personale.

Il Brigadiere Bertelli guardava attraverso il finestrino del veicolo la scena che gli si parava davanti, osservava l’assurdità di un mondo al contrario, che sembrava vivesse di regole tutte sue, senza una logica o una razionalità di fondo, il caos e l’assurdità a dominare i cuori e le menti dei viandanti, a permeare l’aria e l’ambiente circostante.

Tutto sembrava procedere a rovescio, come se entrando in quella realtà si venisse proiettati in un’altra dimensione con leggi fisiche e morali proprie, e la serenità e l’indifferenza con cui quel mondo proseguiva il suo corso nel ciclo di esistenza dell’Universo rendeva il panorama ancora più inquietante.

I pedoni camminavano per le strade facendosi beffa delle auto in transito, i marciapiedi erano invasi da veicoli in sosta, reclamando un primato sull’occupazione e utilizzo di quel lembo di asfalto che in altre parti del globo è riservato al passeggio delle persone…

“Tutto bene dottò?”.

L’Appuntato Martini richiamò sulla terra il brigadiere, che si ricompose e arrestò quel flusso di riflessioni e congetture per tornare ad essere presente e operativo nella realtà concreta che dovevano affrontare.

“Sembrate stanco. Ci fermiamo a pigliare un caffè?” – suggerì l’altro appuntato, Martuscelli, seduto al posto di guida.

“No, grazie. Sto bene, è solo che ancora non ci ho fatto il callo. Passare da Alessandria a Napoli è un bel salto, e sono passati appena due mesi dal mio trasferimento. Devo ancora ambientarmi.”

“Aeh, dottò, sapete come si dice? Guarda Napoli e poi muori. Questa città non conosce vie di mezzo, o la ami o la odi. Non è questione che vi dovete ambientare, quello che vi dovete chiedere è se questa realtà vi appartiene o no.”

Bertelli non rispose e lasciò che la sua mente tornasse a vagare negli abissi torbidi e irrequieti del suo animo, tormentato dalla visione, spettrale ai suoi occhi, che si trovava a rimirare quotidianamente in quell’assurdo girotondo che era la società napoletana.

Mentre rifletteva su quanto fosse assurdo che un carabiniere di servizio a Pescasseroli, impegnato solo a poltrire tutto il giorno, percepisse lo stesso stipendio di uno operante in una città dell’Italia meridionale, che si trovava a rischiare la vita ogni volta che era in servizio, assistette ad un tentativo di scippo ai danni di una vecchina.

Un giovanotto con barba incolta, cappellino da baseball e occhiali da sole a specchio proseguiva con aria in apparenza indifferente lungo il viale che si allacciava al Corso Umberto I quando, passato di fianco ad una anziana signora, provò a scipparle la borsa scattando in avanti dopo averla afferrata vigorosamente. Il proposito tuttavia non andò a buon fine, la donna si rivelò più arzilla di quanto dimostrasse all’apparenza e, avendo intuito il pericolo, appena si sentì strattonata, fece un giro su sé stessa e colpì il furfante ad un fianco con il suo bastone.

“Al ladro, al ladro!” urlò, mentre il losco giovane si allontanava zoppicando e tenendosi una mano su un’anca.

Bertelli spalancò la portiera della volante e si lanciò all’inseguimento a piedi, mentre Martini e Martuscelli si guardavano perplessi e indecisi sul da farsi. L’inseguimento in auto era escluso, c’era troppo traffico per proseguire lungo la strada a passo spedito.

“Metto le quattro frecce”

suggerì Martini mentre abbandonavano il veicolo nel mezzo della strada e si lanciavano al seguito del loro brigadiere.

Il furfante correva spedito lungo il corso principale, quando ad un tratto cominciò a deviare per le stradine laterali nel tentativo di far perdere le sue tracce scivolando come un’anguilla lungo viottoli e traverse buie e strette, ma la caparbietà degli inseguitori vanificò ogni suo sforzo, in quanto li aveva ancora alle calcagna, così si arrampicò lungo una scala antincendio cercando di raggiungere l’ultimo piano di una palazzina, da qui cominciò a saltellare come un canguro passando da un tetto all’altro delle case del quartiere, anche in questo caso seguito a vista dagli inseguitori, che non volevano saperne di mollare la presa.

Al borseggiatore cominciarono a mancare le forze, non riusciva a seminare quei tre mastini per cui azzardò una mossa disperata, provò a calarsi lungo una grondaia per riscendere sulla strada. Purtroppo il tubo non resse il peso e si staccò dalla parete, facendo penzolare l’uomo in bilico sull’abisso.

“Aiutooo!” urlò il ladro agitando freneticamente le gambe e avvinghiandosi con le braccia alla grondaia scricchiolante, che si piegava sempre di più.

Bertelli arrivò appena in tempo e tirò in salvo il ladruncolo afferrandolo per i piedi mentre si sollevava sulla ringhiera della scala antincendio.

“Grazie capità. Mi avete salvato. Venite, vi offro il caffè” – disse il delinquentello mentre piangeva di gioia per essere riuscito a scampare ad una morte sicura.

“Guarda che sei in arresto” rispose Bertelli.

“Dopo, dopo. Prima permettetemi di esprimervi la mia riconoscenza. Andiamo al bar, che ci vuole? Un minuto” disse, trascinando l’appuntato Martuscelli che lo teneva ammanettato a sé.

Bertelli sollevò lo sguardo al cielo e con aria rassegnata fece cenno a Martini di seguirlo.

“Da domani cambio vita, giuro,” – riprese il ladruncolo mentre camminava freneticamente alla ricerca di una bettola dove poter offrire un drink ai suoi salvatori, “sconto la giusta pena per quello che ho fatto oggi e appena esco di galera comincio a lavorare, metto un banchetto in piazza Garibaldi e vendo le sigarette.”

“Anche quello è un reato!”

dissero i tre carabinieri in coro, sconfortati.

Arsenio Siani

Articolo precedenteSensibil…mente
Articolo successivoNapoli accoglie il bambino Gesù con la novena “Quanno nascette Ninno”
Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui