L’anima

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Gli uomini fin dall’antichità sentirono il bisogno di porre accanto al corpo un altro elemento che lo completasse e in certo senso fosse guida del corpo: l’anima. In greco, questo principio vitale fu chiamato psychè che significa soffio.

Già in Omero si parla di anima come altro dal corpo che la contiene ma al momento della morte essa si separa dal corpo, vola via come soffio di vento, un alito che si disperde nell’aria e va nell’Ade, la terra dei morti. Nell’Ade però, l’anima omerica vive nel rimpianto della vita passata, le passioni terrene bruciano ancora, è il dolore di una madre o il rancore di Aiace o il fantasma di Patroclo che appare in sogno ad Achille. Se si cerca di sfiorarla, questa si dissolve, non ha voce ma stride come un piccolo animale, è solo ombra, fumo, immagine.

Nel VI secolo a. C., i primi filosofi parlarono dell’anima e la collegarono strettamente all’archè, principio cosmico della vita e del movimento. Aezio, teologo ariano del IV sec. d. C., riporta un pensiero di Anassimene: <<Come l’anima nostra – egli dice – che è aria, ci tiene insieme, così il soffio e l’aria abbracciano tutto il mondo>>. Per Anassimene l’aria è principio delle cose ed è anche anima, così come il fuoco per Eraclito e l’armonia per i pitagorici.

Ci furono, tra i primi filosofi, quelli che consideravano l’anima come caduta nel corpo, al momento della nascita, e da questo imprigionata. Nel corso dell’esistenza, l’anima cercherà di liberarsi del corpo attraverso una vita condotta bene dal punto di vista morale e intellettuale e grazie ad una purificazione rituale. Con la morte l’anima si libera del corpo e, come nel caso dei pitagorici, trasmigra in altri corpi finché non raggiunge la perfezione morale.

Questa stessa idea dell’anima troviamo anche in Platone, grande filosofo dell’antichità che contribuì molto a definire il modello antropologico della cultura occidentale e cioè l’idea che l’uomo sia una sintesi di corpo e anima.

Platone ha scritto dell’anima nel dialogo Fedro, in esso sostiene che è difficile parlare dell’anima, per questo discorso ci vorrebbe un aiuto divino, parlare di qualcosa di somigliante è, invece, molto più semplice. Quindi ne parlerà in questo modo e infatti scrive: <<Sull’idea di anima dobbiamo dire quanto segue. Spiegare quale sia, sarebbe compito di un’esposizione divina in tutti i sensi e lunga; ma dire a cosa assomigli, è un’esposizione umana e piuttosto breve. Parliamo dunque in questo modo>>.

Sempre nel Fedro, da cui ho preso la citazione, l’anima, composta da tre parti, viene presentata come un carro alato tirato da due cavalli uno bianco ed uno nero, guidati da un auriga. Il cavallo bianco è docile, segue i comandi dell’auriga e rappresenta l’anima irascibile, qui l’ira è intesa come impulso generoso; il cavallo nero è indocile e ribelle, rappresenta l’anima “concupiscibile“, gli impulsi bassi; l’auriga rappresenta l’anima razionale che cerca di controllare i due cavalli e di procedere nel percorso verso il mondo delle idee che per Platone è il mondo a cui ogni uomo dovrebbe aspirare.

Ancora dal Fedro traggo la colorita descrizione che Platone fa dei due cavalli: << Quello dei due cavalli che si trova nella posizione migliore di forma lineare e ben strutturato, dal collo retto con narici adunche, bianco a vedersi e con gli occhi neri, amante di gloria con temperanza e con pudore e amico di retta opinione non richiede la frusta e lo si guida soltanto con il segnale di comando e con la parola. L’altro cavallo è invece storto, grosso, mal formato, di dura cervice, di collo massiccio, di naso schiacciato, di pelo nero, di occhi grigi, iniettati di sangue, amico della protervia e dell’impostura, villoso intorno alle orecchie, sordo, a stento ubbidisce ad una frusta munita di pungoli>>.

Con questo racconto Platone ha spiegato in modo comprensibile come sia costituita l’anima. In un’altra opera, Repubblica, in cui ritorna sul tema, il filosofo sostiene che quando l’anima è unita al corpo è come il dio Glauco marino che è ricoperto di incrostazioni, conchiglie, alghe e pietre che gli danno un aspetto mostruoso, così appare l’anima, piena di incrostazioni che rappresentano i mali in cui è caduta per essersi cibata di terra e non del divino a cui avrebbe dovuto aspirare.

Per Platone l’anima è immortale, proprio nella Repubblica troviamo il mito di Er che racconta il destino delle anime dopo la morte. In questo mito escatologico si nota che le anime sono condannate ad incarnarsi finché, condotta una vita buona, potranno tornare nel mondo delle idee. Il mito di Er racconta che, dopo la morte del corpo, le anime si presentano a Lachesi, una delle Moire, per scegliere il corpo in cui entrare e Lachesi avvisa le anime: <<Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone […] La responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa.>>

Le anime scelgono, la responsabilità della scelta è loro e la capacità di scegliere bene dipenderà dalla conoscenza che hanno della vita buona e di quella cattiva, di quanta filosofia, cioè, avranno praticato per essere diventati capaci di discernere.

Filosofia, quindi, e mito, che in Platone sono mirabilmente intrecciati, rendono affascinante la lettura delle opere del filosofo che cercò nel mito una sorta di incantesimo al dubbio e di sostegno alla fede. Concludo con questo pensiero e con le parole di Platone dal Fedone:

<< Ecco, caro Glaucone, in che modo si è salvato questo mito e non è andato perduto. Ed esso, invero, può a sua volta salvare noi, se gli presteremo fede; così potremo attraversare il fiume Lete indenni e non contaminare l’anima>>

Gabriella Colistra

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