E quindi cosa dovremmo farci qui?” chiedo stizzita, stringendo in mano uno specchio dal manico e dai bordi intarsiati di ghirigori, con impresso sul retro il mio nome. 

Siamo ritornati sulla collina dove ogni giorno concludiamo le nostre passeggiate attraverso una strada che si snoda fra i luoghi più belli della città e sto ancora aspettando che lui mi spieghi il perché di tutto questo.

Sono settimane ormai che io e Matthew non facciamo altro che osservare tutti i giorni il tramonto, aspettando che faccia buio, per poi ritornare all’alba ad ammirare il sorgere del sole. 

Mi guarda rivolgendomi un debole sorriso, poi si sposta spingendo le ruote della sedia a rotelle accanto ad un salice piangente; scosta le fronde e si ferma lì, al riparo dalla luce solare. Con un cenno mi invita ad avvicinarmi e, anche se dubbiosa, lo raggiungo, sedendomi accanto a lui.

Faccio ancora fatica a muovermi per colpa delle protesi metalliche per le gambe, ma diciamo che sto migliorando: Senti, guarda che potrei avere di meglio da fare, quindi ora dimmi perché mi hai fatto portare lo specchio e perché tu hai delle vecchie stampelle” – dico, ancora più nervosa di prima.

Lui ridacchia e si volta verso di me, con dei raggi solari che illuminano il suo volto delicato e lentigginoso.

-“Questo” – inizia, dando dei colpetti al tronco – “sarà l’albero degli addii”.

-“Eh? Ma che diamine stai dicendo?” – ribatto, confusa.

È arrivato il momento di voltare pagina, Stacy. Non sarai più quella di prima ormai, e nemmeno io ”- la sua voce è lenta, debole, ma decisa.

Anche lui è cambiato, è più debole a causa della sua malattia, ma non gli importa se continuano a giudicarlo e a trattarlo come un ragazzo stupido, flaccido e pure storpio.

Come fa a non preoccuparsi per il suo aspetto?  

Ancora non capisco se mi sta prendendo in giro o no.

Ora, voglio che tu mi dica che valore ha quell’oggetto per te. Per me, ad esempio, queste stampelle significano molto anche se sono soltanto dei pezzi di ferro arrugginiti; le ho ricevute quando ero piccolo e le ho usate per diversi anni, ma ora devo rinunciare al mio sogno di poter camminare come si deve perché so che non accadrà mai. So già che, per quel poco tempo che mi rimane da vivere, resterò fisso e immobile su questa stupida sedia a rotelle che tanto odio”.

Ha gli occhi lucidi, ma non piange. Non lo fa mai. 

Giusi Talarico

Estratto dal racconto L’albero degli addii.

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