Dalla Sicilia alla Campania, mogli e madri prendono il posto di mariti e fratelli finiti in cella.

Perchè ci meravigliamo di apprenderlo dai tg?

”La mafia è una femmina-cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce. E’ a capo di un branco di figli che, scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla. Il suo bacio è l’onore”.

La cagna dà ai suoi figli il permesso di entrare: ”Nel nome del padre, del Figlio della Madre e dello Spirito Santo”.

Bastona il figlio più giovane e gli mette un vestito imbrattato di sangue.

Il mafioso risorge e riceve dalla Madre la benedizione.

I fratelli lo abbracciano e comandano il giuramento: “Entro col sangue ed uscirò col sangue”. Il patto si stringe. C’è una mafia da agriturismo nelle campagne di Corleone, che nasconde l’orrore di appartenenza selvaggia, il gergo segreto…E in un’isola del Nord di un’Italia capovolta c’è una città, un luogo primario, dove un popolo silenzioso è seduto attorno ad una tavola imbandita, si spartisce l’Italia e se la mangia cruda”.

Da “Cani di bancata”. Autrice Emma Danti

Signori miei, è luogo comune pensare che la criminalità organizzata sia un fenomeno maschile anzi maschilista, che vedrebbe le donne non solo formalmente escluse dai posti di comando ma addirittura ignare di ciò che accade intorno a loro.

La donna non si è mai seduta intorno a un tavolo per una riunione, ma c’è sempre stata lo stesso. Sentono tutto ma non possono dire nulla. Sono portatrici di segreti e quella descritta finora è l’immagine tradizionale delle donne di mafia non ci sono dubbi sul fatto che quell’immagine necessita di un aggiornamento.

Tempo fa è andato in onda su Sky il documentario “Lady ‘Ndrangheta” che ha proposto una lettura dell’organizzazione criminale ‘ndranghetista in chiave femminile, sottolineando il ruolo di primo piano che le donne sono andate assumendo al suo interno.

La donna finisce per assumere il ruolo domestico ed educativo che riveste nella stessa società contadina: è lei ad allevare i figli maschi dell’uomo d’onore, destinati ad affiliarsi. E’ soprattutto lei ad educarli alla “religione dell’onore e della vendetta”, che costituisce il DNA della cultura ‘ndranghetista. Le grandi faide sono istigate, e continuamente alimentate, dalle donne, che spingono i figli a “fare giustizia”.

Renate Siebert parla di “pedagogia della vendetta”, per designare tale modello educativo la madre assume il ruolo di “memoria della vendetta”, passando al figlio gli oneri di compimento della stessa quando il padre muore o è troppo anziano per potersene occupare. E così facendo, la donna diventa l’elemento di continuità storica del clan assumendo, sia pur nell’ombra, un ruolo direttivo.

E poi le donne svolgono ruoli attivi, spesso anche molto rilevanti e compromettenti dal punto di vista giudiziario, ma caratterizzati dal fatto di rimanere in una funzione secondaria, per così dire “servente”, rispetto all’attività svolta dai loro uomini: custodia delle armi, recapito delle “imbasciate” fra i componenti reclusi e quelli in libertà, organizzazione delle collette per sostenere le famiglie degli affiliati reclusi…

Di cosa vi meravigliate ? La ndrangheta e la mafia si sono tinte di rosa… ma da tanto…

Angela Amendola 

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