Nel ‘700, si registrarono in Europa molti e disastrosi terremoti, uno dei più disastrosi fu il terremoto di Lisbona del 1755.

Il 1° novembre, festa di Ognissanti, alle 9,30 di mattina, mentre molti fedeli si incamminavano verso la Chiesa per partecipare alle funzioni religiose e la vita nella città si risvegliava lentamente, un terremoto di magnitudo 8,7 (scala Richter) con epicentro a pochi chilometri da Lisbona si abbatté sulla città provocando molte migliaia di morti.

La gente cercò riparo in collina ma qui si accesero improvvisi incendi, molti che si spostarono verso la costa, circa un’ora dopo, verso le 10,30, furono travolti da un maremoto che inghiottì quasi tutta la città.

Il sisma si avvertì in tutta Europa e in Africa del Nord dove ci furono numerosi danni e vittime.

Il terremoto di Lisbona rappresentò una cesura nella storia d’Europa.

La sua vastità, il numero dei morti, le teorie circolanti, la nascente opinione pubblica sostenuta dall’informazione giornalistica, che in quegli anni procedeva spedita verso una notevole diffusione, diedero inizio ad una ridda di opinioni, le più diverse.

I Gesuiti di Lisbona e i “timorati di Dio” videro in questa immane tragedia un castigo divino che si abbatteva su una città dissoluta che sperperava in gozzoviglie l’oro proveniente dal Brasile e su una popolazione che aveva usato violenza e stupri per piegare gli indios e costringerli a lavori disumani.

Altri, perse le navi, videro sfumare le possibilità offerte da una straordinaria capacità di navigazione che aveva portato il Portogallo, periferia dell’Europa, a competere con le grandi potenze coloniali.

Al dibattito parteciparono anche i filosofi.

Il primo fu Voltaire (1694 – 1778) che, appena un anno dopo il sisma, nel 1756, pubblicò un libro intitolato Poema sul disastro di Lisbona.

Voltaire, il cui vero nome è Francois- Marie Arouet, è un pensatore francese che combatté ogni fanatismo e superstizione con un linguaggio polemico, a volte ironico, sarcastico che talvolta declina decisamente verso l’invettiva.

Il disastro di Lisbona gli offre l’occasione per dimostrare la falsità di quanto aveva scritto Gottfried Leibniz (1646 – 1716), filosofo tedesco, il quale nelle sue opere aveva sostenuto che Dio, creando il mondo avesse scelto il << migliore dei mondi possibili >>.

Leibniz, un raffinato filosofo e valente matematico, aveva affrontato con argomentazioni logiche il problema del male, problema filosofico che risaliva ai Padri della Chiesa e a sant’Agostino ed era approdato all’<<ottimismo metafisico>> condiviso in molti ambienti culturali del tempo.

Voltaire ritiene che quanto è accaduto a Lisbona basti per confutare ogni visione ottimistica dell’universo ed ogni idea che Dio possa aver usato il disastro per punire gli uomini.

Infatti scrive:

<<Direte vedendo questi mucchi di vittime:

“Dio si è vendicato, la loro morte è il prezzo dei loro delitti?”

Quale errore, quale delitto hanno commesso questi fanciulli schiacciati, sanguinanti, sul seno materno?

Lisbona, che più non esiste, ebbe forse vizi maggiori di Londra, di Parigi, immerse nei loro piaceri?

Lisbona è distrutta e a Parigi si danza>>

Nel Poema, Voltaire non dà risposte o spiegazioni perché pensa che non si possa trovare un senso a ciò che senso non ha. Non vuole, però, nemmeno cadere in un totale pessimismo, infatti nelle ultime pagine del Poema scrive:

<<Un giorno tutto sarà bene, ecco la nostra speranza; Tutto è bene oggi, ecco l’illusione>>

Non fu per niente d’accordo con Voltaire un altro filosofo francese Jean – Jacques Rousseau (1712 – 1778) che accusa Voltaire di rimanere legato a discorsi sulla Teodicea (giustizia di Dio) mentre, invece, bisogna rivolgersi alle azioni degli uomini che si sono resi responsabili del disastro di Lisbona.

Sono loro, infatti, ad aver costruito case alte fino a sei piani e ad averle concentrate in uno spazio ristretto, ciò ha determinato l’alto numero di vittime.

Con le sue parole, Rousseau vuole mettere in evidenza l’insufficienza umana rispetto ad un ordine naturale e provvidenziale. La critica della civilizzazione, pensiero ricorrente nel filosofo, è presente anche nell’Emilio, opera in cui scrive:

<< Tutto è bene nascendo dalle mani dell’autore delle cose e tutto degenera tra le mani dell’uomo>>

Rousseau si augura, in altre parole, che l’uomo ripensi ad un nuovo ordine politico – sociale. Opinioni così diverse segnano in negativo i rapporti tra i due filosofi che anche in altre occasioni non mancheranno di scontrarsi.

Riguardo al disastro di Lisbona si espresse anche il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724 – 1804) che, prima di dedicarsi meravigliosamente alla filosofia critica ebbe interessi prettamente scientifici.

Egli, nel 1756, lo stesso anno in cui Voltaire pubblicò Poema, pubblicò Storia e descrizione naturale dei fenomeni più considerevoli del terremoto che alla fine del1755 ha scosso gran parte della terra.

In quest’opera, Kant sostiene che i fenomeni naturali sono prodotti dalle leggi che governano la natura e quindi anche le cause dei terremoti, pertanto intende affrontare il problema così:

<<Non intendo raccontare la storia delle sofferenze che gli uomini hanno sopportato […]

Io descrivo solo l’opera della natura, le strane circostanze che hanno accompagnato l’evento e le loro Cause>>.

In tal modo Kant dichiara che il suo interesse è solo scientifico e anche se le leggi di natura sono fissate da Dio, esse sono completamente indipendenti, e soprattutto non hanno fine antropocentrico.

 Anzi, il terremoto che distrugge e devasta ci fa capire che l’uomo “non può erigere dimore eterne su questo palcoscenico di vanità”

Da Leibniz a Kant abbiamo visto, in estrema sintesi, alcune posizioni di fronte al disastro di Lisbona. Potremmo dire: dalla metafisica alla fisica.

 Bisogna seguire la scienza per quanto riguarda i fenomeni fisici, eppure, quanta tensione e sofferenza vediamo nella ricerca sull’origine del male e del dolore che spesso coinvolgono l’uomo, ricerca che continua da millenni.

Ancora risuona, sottinteso nelle domande, l’antico dubbio che attraversò anche Giobbe, nella Bibbia: da dove provenga il male, se Dio esiste.

Forse una risposta non c’è, forse sarà caduta nel vento, come cantava Bob Dylan, ma l’uomo continua a cercare in un indescrivibile caos, per dirla ancora una volta con Voltaire.

                                                                                                                     Gabriella Colistra

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